Da diversi anni, la psicologa Gloria Mark studia con costanza l'impatto delle tecnologie digitali sul funzionamento cerebrale e in particolare sulla capacità umana di mantenere la concentrazione. Con l’aumento dell’utilizzo dei chatbot alimentati dall’intelligenza artificiale, la studiosa ha rilevato una chiara tendenza: l’attenzione umana si sta riducendo di giorno in giorno.

Un problema che si va aggravando

Nel 2026, alla fiera SXSW di Londra, Gloria Mark ha partecipato a diversi dibattiti incentrati sull’intelligenza artificiale (KI), un tema sempre più centrale nella conversazione globale. Lavorando presso la University of California, Irvine, Mark si interessa di questo specifico settore ormai da tre decenni, con particolare attenzione a come gli utenti interagiscono con tecnologie come Internet e la posta elettronica. Ai tempi dell’avvento Internet, si temeva che un suo uso eccessivo potesse influenzare negativamente il cervello umano; oggi siamo di fronte a una realtà che sembra confermare quelle paure.

Solo poche generazioni fa, l’attenzione era diversa

Secondo studi approfonditi, la durata media dell’attenzione umana si è ridotta da 2,5 minuti circa nel 2003 a soli 47 secondi nel 2026. Questo trend rilevante segnala un calo impressionante nel tempo che una persona è in grado di concentrarsi su un singolo compito prima di distoglierne l’attenzione.

“Mi sono chiesta spesso”, dice Mark, “come l’uso di questi dispositivi influisca sul nostro cervello”. Per rispondere a questa domanda, ha creato cosiddetti ‘laboratori attivi’, in cui ha utilizzato sensori e traccianti per monitorare costantemente l’attenzione, l’umore e il comportamento di adulti volontari durante l’uso del proprio smartphone o di altri dispositivi digitali.

La sfida delle chatbot e il controllo del cervello

Mark affronta il tema cruciale posto in un dibattito al Festival: “Stiamo perdendo il controllo su noi stessi?”. La sua risposta è inequivocabilmente: sì. Negli ultimi anni ha osservato come l’uso di chatbot alimentati da intelligenza artificiale abbia un impatto diretto sulla capacità di concentrazione. Queste applicazioni, progettate per fornire risposte rapide e accurate, incoraggiano un consumo di informazione frammentato, che si traduce in una mancanza di profondità e di concentrazione sostenuta.

I chatbot, il loro funzionamento e le conseguenze

I chatbot si basano su algoritmi avanzati di analisi del linguaggio e su grandi set di dati. Sono progettati per rispondere alle domande in tempo reale e per offrire informazioni in formato compatto e semplice. Questo stile di interazione, pur molto efficiente, favorisce una lettura superficiale e una scarsa immersione nel contenuto. L’utente, soddisfatto della risposta immediata e diretta, spesso si sente in maniera ridotta al ruolo di osservatore piuttosto che di pensatore attivo.

Da qui scaturisce un circolo vizioso: ogni volta che l’utente riceve informazioni in forma compatta, la sua attenzione si riduce ulteriormente, aprendo la strada a un utilizzo sempre più frammentato delle tecnologie.

Un allarme legato al tempo presente

Fra le prime riflessioni di Mark, c’è quella di come la complessità del mondo digitale abbia trasformato radicalmente la vita degli utenti medi. Quando la sua ricerca ha dimostrato che la concentrazione media era di due minuti e mezzo, lei stessa ha espresso meraviglia. “Wow, questo è davvero breve”, aveva commentato. Oggi, con l’introduzione di chatbot, la situazione presenta rischi ancora maggiori, specialmente per le nuove generazioni.

Il problema non riguarda soltanto l’uso dei dispositivi, ma anche l’architettura delle interfacce messe a disposizione dell’utente. I chatbot incoraggiano un modello di interazione breve e reattivo, che riduce i tempi di concentrazione e di riflessione, favorendo un consumo di contenuti veloce, superficiale e spesso poco utile.

Riflessioni su come procedere

La riduzione del tempo di attenzione non è un fenomeno irreversibile, ma neppure uno da prendere alla leggera. Sebbene si possa riconoscere un progresso tecnologico in termini di accessibilità e velocità, si deve anche comprendere il costo nascosto: l’abbandono di una capacità cognitiva fondamentale.

I chatbot rappresentano un esempio concreto del modo in cui la tecnologia si integra sempre più profondamente nella vita quotidiana. Se non si riesce a controllare l’uso e l’impatto di queste tecnologie, esse rischiano di condizionare in maniera irreversibile i comportamenti, le relazioni e il pensiero umano.

Gli utenti di questi strumenti, e in particolare i giovani, sono destinati a crescere in un mondo sempre più guidato da tecnologie rapide e immediate. Il ruolo cruciale, quindi, spetta a educatori, genitori e progettisti digitali di riformulare modelli che favoriscano l’attenzione, il tempo di riflessione e l’interazione profonda.