Il confronto tra il Fedro di Platone, sul tema della scrittura, e l’uso dell’intelligenza artificiale mostra come ogni tecnologia della parola abbia il potere di riorganizzare il nostro modo di pensare. Il dibattito che circonda l’intelligenza artificiale è cruciale, e non si riduce solo a domande di controllo o regolamentazione; riguarda il modo in cui usiamo questa tecnologia, e se siamo in grado, come individui e come cultura, di gestire un cambiamento cognitivo che avviene a ritmi molto accelerati.
Il Fedro e il discorso sull’IA
Ogni volta che entra in scena una nuova tecnologia legata alla parola, torna in auge il testo di Platone Fedro. Questo accadde con la stampa, con la televisione, con internet, e oggi accade con l’intelligenza artificiale. In questo testo, il re Thamus ammonisce Theuth, inventore della scrittura, che la sua invenzione non è una sorta di sostanza capace di migliorare la memoria, ma solo di ricordarla. Chi si affiderà ai segni scritti ricorderà dal di fuori, mediante caratteri estranei, non dal di dentro e da se stessi. Questo monito, forte e duraturo, non è mai scaduto — e non sembra farlo nemmeno adesso con l’arrivo dell’IA.
Un recente articolo del Corriere della Sera, scritto da Crippa e Girgenti, riprende questo tema per interrogarsi sull’IA. Il pezzo è senz’altro stimolante ma contiene almeno due errori interpretativi chiave. Il primo è che Platone presenta la scrittura come problematica all’interno di un testo scritto. Usare un testo per dimostrare come la scrittura corrompe è paradossale. Inoltre, il Fedro non è scritto nella forma più aperta e maieutica tipica del Socrate degli inizi, ma in un periodo in cui il pensiero di Platone era già un sistema, e Socrate diventa quasi un veicolo per una dottrina.
La scrittura non uccide la memoria
Un altro errore è storico. L’umanità ha fatto effettivamente ciò che Thamus temeva: ha affidato ai libri il proprio sapere, le emozioni, la riflessione. Ma non per questo ha perso il senso della memoria. Ha solo modificato il rapporto con essa. Walter Ong, nel suo lavoro fondamentale su oralità e scrittura, ha evidenziato che il passaggio da una società orale a una scritta non ha impoverito la mente umana. Al contrario, ha ristrutturato la cognitivezza, ha introdotto nuove forme di astrazione e elaborazione.
La memoria non è scomparsa con i libri, ma si è trasformata, ricollocando la centralità in altre capacità. L’abilità degli aedi di improvvisare e ricordare ha continuato a esistere ma in forme particolari. La tradizione della commedia dell’arte o l’inventiva di Dario Fo ne sono esempi. Accanto a quelle pratiche però, l’umanità ha imparato ad accumulare e gestire un patrimonio di testi stratificati, correggerli e confrontarli. La capacità di pensare non si è persa, ma ha migrato.
Creatività, coscienza e l’IA: nuovi interlocutori
Oggi assistiamo a una trasformazione epocale con l’intelligenza artificiale. L’IA non si limita a conservare pensieri elaborati, ma entra direttamente nella produzione del senso. È un interlocutore che anticipa, suggerisce, completa — spesso in modi che sfidano la comprensione. Il libro era un mezzo di conservazione, l’IA invece è una partecipazione alla stessa produzione linguistica e logica umana.
La distinzione non è piccola. L’intelligenza artificiale introduce una complessità radicale: non solo cambia chi parla e con chi, ma chi decide che cosa dire. Se la scrittura ha modificato la cognizione in millenni, l’IA comprime questi tempi a ritmi accelerati. E quando il cambiamento avviene in secoli, l’umanità ha tempo di adattarsi, ma quando avviene in pochi anni, la cultura non riesce sempre a stare al passo.
L’accelerazione dell’IA e la questione etica
Siamo oggi di fronte esattamente a questa condizione: una trasformazione cognitiva in tempo reale. L’unico modo per gestirla non è sospenderla, ma imparare a fare i conti con essa con attenzione e trasparenza. Non possiamo permetterci di scambiare la velocità dell’output dell’IA — che produce una bozza di testo in un istante — con la profondità del pensiero. Il rischio non sta nello strumento in sé, ma nell’uso che se ne fa. Quando si delega la riflessione ad un algoritmo, si corre il rischio di non pensare affatto.
Prometeo e la logica delle invenzioni
Tutto questo richiama il mito di Prometeo, che dona il fuoco agli uomini senza sapere esattamente che cosa faranno con esso. Non è una colpa né una negligenza, ma la costitutiva ambivalenza di ogni invenzione tecnologica. La tecnologia precede sempre la comprensione del suo impatto. Se aspettassimo di prevedere le conseguenze a lungo raggio prima di avanzare, faremmo ben poco. Questo mito non racconta un errore ma una necessità.
Crescere insieme alle tecnologie
Noi produciamo tecnologia un po' come produciamo figli: non sempre possiamo evitarlo e spesso non possiamo sapere in anticipo cosa diventerà. La tecnologia cresce più velocemente di noi, e questo è il problema reale. La questione non è né fermare né accelerare l’IA, ma imparare a vivere in simbiosi con essa, comprendendo i suoi limiti e potenziando i nostri.
L’hubris e la need for metis
Gli antichi greci parlavano di hubris, l’orgoglio di chi va oltre i confini della comprensione. Ma anche di metis, l’intelligenza pratica. Metis non è la scienza del filosofo, ma l’abilità tecnica che si adatta, che corregge di continuo. Oggi più che mai, serve una metis culturale e sociale di fronte all’incertezza.
Come affrontare l’asimmetria?
Per far fronte a questa asimmetria, almeno tre azioni concrete sono necessarie:
- Separare i piani temporali: chiarire che comprendere le conseguenze di una tecnologia non è impossibile, ma ritardato.
- Iniziare a lavorare criticamente in modo sistematico e non solo di volta in volta, quando un fenomeno diventa troppo rumoroso.
- Chiedere continuamente cosa stiamo producendo e a chi fa beneficio, non solo di cosa è prodotto.
La questione non è sostenere o negare l’IA. È sapere come usarla e come non abdurare al rischio di pensare troppo poco, non abbastanza, o