Sir Tim Berners-Lee, pioniere del World Wide Web, aveva immaginato la rete come uno spazio aperto e democratico. In questo spazio, chiunque avrebbe potuto creare contenuto e connettersi liberamente a quello prodotto da altri. Tuttavia, trentacinque anni dopo la sua invenzione, l'obiettivo iniziale è stato raggiunto solo in parte. Berners-Lee è convinto che l'intelligenza artificiale rischi di replicare gli errori commessi con Internet e i social network, ma con una tempistica molto più accelerata.

A Torino, sul palco della manifestazione Wave, Berners-Lee ha affrontato il tema insieme a Rosemary Leith. Lei è cofondatrice della World Wide Web Foundation ed è anche sua moglie. Il punto di partenza del discorso è legato al loro ultimo libro, This Is for Everyone. Quest'opera ricostruisce la nascita del Web e la decisionistica fondamentale: non brevettarlo, non farlo diventare una tecnologia proprietaria, ma renderlo gratis per tutti.

Una piattaforma universale oggi minacciata

Quando Berners-Lee progettò il sistema al Cern di Ginevra alla fine degli anni Ottanta, non poteva prevedere le dinamiche attuali. Tuttavia, l'idea di base era quella di una piattaforma universale. La regola era semplice: chiunque doveva poter creare un sito e ogni sito doveva poter essere collegato a un altro. Questa architettura aperta ha permesso il successo globale del Web. Nel frattempo, tuttavia, un segmento rilevante di Internet si concentra nelle mani di poche grandi piattaforme. Queste aziende costruiscono il loro modello su raccolta dati personali, pubblicità e massimizzazione dell'engagement utente.

Il Web non è diventato la prigione che temeva di poter diventare, ma non è neppure il paradiso di libertà immaginato all'inizio. Per correggere la rotta, nel 2009 Berners-Lee e Leith hanno fondato la World Wide Web Foundation. Dieci anni più tardi, hanno promosso il Contract for the Web. Si tratta di nove principi rivolti a governi, aziende e cittadini, finalizzati a difendere accessibilità, privacy e natura aperta della rete.

L'idea di un Contract for AI

La dottoressa Leith propone ora di applicare la stessa logica all'intelligenza artificiale. Secondo lei, servrebbe un Contract for AI come base per affrontare le nuove sfide. C'è bisogno, afferma, di maggiore responsabilità, standard tecnici definiti e comunità attive. Aziende, governi e cittadini devono collaborare. Il primo cambiamento rispetto al passato è già visibile. Per trenta anni, il Web è stato navigato tramite browser e motori di ricerca. L'utente cercava un termine, riceveva una lista di risultati e sceglieva il sito da visitare.

Ora, con l'avvento di strumenti come ChatGPT, il meccanismo muta radicalmente. Invece di scegliere la fonte, l'utente chiede a una macchina di leggere i dati e restituire una risposta diretta. Berners-Lee evidenzia la perdita di consapevolezza: nella ricerca tradizionale, l'utente vede le alternative e decide dove andare. Con l'AI generativa, questa scelta diventa invisibile.

Continui interrogativi sull'economia della rete

Cambia anche la natura economica del Web: se l'utente non visita più i siti originali, come si finanzieranno gli editori di contenuti? La dottoressa Leith non è pessimista sull'evoluzione: alcuni sistemi stanno già sperimentando pagamenti per l'accesso a contenuti specialistici. È fondamentale trovare un modello stabile per l'AI e per il Web per garantire la qualità dei contenuti prodotti.

La mancanza di trasparenza

Nell'area dell'intelligenza artificiale, i modelli più potenti sono spesso sistemi neri. È impossibile conoscere il loro funzionamento interno, i dati usati o le scelte fatte durante l'addestramento. "Nel Web era fondamentale poter vedere cosa c'era dentro", nota Leith. "Nell'AI, i sistemi sono molto chiusi e non possiamo individuare ciò che accade all'interno".

Esiste però un'alternativa in forte espansione: i modelli aperti. Leith osserva che la loro diffusione è spinta anche da fattori economici, dato che i costi sono bassi rispetto ai sistemi proprietari. In Europa, Mistral è un esempio importante. La risposta non deve essere chiudere di nuovo la tecnologia, ma creare standard comuni per tracciare l'origine dei sistemi e i loro responsabili.

Una targa per ogni agente

Leith suggerisce l'idea di una targa per ogni sistema di AI,类似 alla targhetta di un'automobile. Se qualcosa va storto, si può risalire al colpevole. Immagina un mondo in cui su Hugging Face vengano mostrati attributi di riferimento per ogni agente di intelligenza artificiale. Questo renderebbe le aziende e le persone molto più consapevoli delle proprie azioni.

Il problema diventerà cruciale quando gli agenti agiranno in autonomia in ambiti critici come finanza, sanità o piccole infrastrutture. "Se una pandemia fosse causata da un sistema, o se JPMorgan restasse fuori per sei settimane, chi pagherebbe?", chiede. Per Leith, la risposta non può venire solo da leggi: la sicurezza deve essere costruita nella tecnologia. Potrebbero esistere agenti di sorveglianza per monitorare il comportamento di altri agenti.

Il progetto Solid e un'AI per il bene dell'utente

La sfida più profonda riguarda lo scopo del sistema. Le domande sorgono prima dei chatbot moderni: "Mi sono chiesto come Siri e Alexa lavorano per le aziende. Quale IA lavora per me?". Ne è nato Solid, un protocollo ideato per restituire il controllo dei dati alle persone. I dati non sono frammentati tra Google, Apple o le banche, ma restano sotto la guida dell'individuo.

Nell'era dell'AI, Solid diventa centrale. Un assistente che non conosce i dati personali (finanza, salute, relazioni) risulterà un interlocutore limited e generico. "Un'IA senza i tuoi dati ha il lavoro difficile. Se le dai accesso, può realmente conoscerti", spiega Berners-Lee. Il progetto in sviluppo con la società Inrupt è creare un'IA personale basata sui dati autogestiti. L'utente, infatti, sceglie il modello e i consentimenti, costruendo un ecosistema di IA realmente al servizio dell'individuo, non di piattaforma di terzi. Questa è la scommessa finale per garantire futuro al concetto di Web aperto.