Il 3 giugno la Commissione europea ha presentato il Chips Act 2.0, il principale strumento industriale del pacchetto sulla sovranità tecnologica europea. Lo ha fatto in un momento di forte pressione esterna: un’amministrazione americana che oscilla tra protezionismo e coercizione, negoziati commerciali transatlantici sotto scadenza, minacce di ritorsione su qualsiasi misura europea percepita come discriminatoria nei confronti delle imprese statunitensi.
Un’ambizione volta a una sovranità indipendente
Sarebbe però un errore leggere questa iniziativa esclusivamente come una risposta alle politiche di Donald Trump. Sarebbe, anzi, il modo peggiore per comprenderla. Ridurre la politica di sovranità tecnologica a una reazione emotiva all’attuale inquilino della Casa Bianca significherebbe accettare implicitamente che, cambiato il presidente, il problema scompaia. Non è così. Significa anche rinunciare a capire perché questa politica sia necessaria indipendentemente da chi governa a Washington.
La situazione tecnologica dell'UE
La dipendenza dell’Europa dalla tecnologia prodotta fuori dai suoi confini non è cominciata con Trump e non finirà con la sua presidenza. La Commissione europea stima che oltre l’80 per cento dei prodotti, servizi, infrastrutture e proprietà intellettuale digitali del blocco provenga da fornitori stranieri. Le grandi piattaforme di archiviazione e calcolo in rete — il cosiddetto cloud computing — sono dominate da Amazon, Google e Microsoft. I semiconduttori, i componenti elettronici che stanno alla base di qualsiasi dispositivo digitale, dai telefoni alle automobili agli ospedali, arrivano principalmente da Stati Uniti e Asia. Nel mercato dell’intelligenza artificiale, l’Europa è ancora un osservatore di una gara che si gioca altrove.
Limiti del primo Chips Act
Il primo Chips Act, entrato in vigore nel settembre 2023, era nato proprio per correggere questa debolezza nel settore dei semiconduttori. Il bilancio è istruttivo: la Commissione rivendica oltre 52 miliardi di euro mobilitati e circa 46.000 posti di lavoro creati, ma la Corte dei Conti europea ha accertato che l’obiettivo dichiarato di raddoppiare la quota europea nella produzione mondiale di chip — dal 10 al 20 per cento entro il 2030 — è altamente improbabile.
La stima realistica si ferma all’11,7 per cento, partendo dal 9,8 del 2022. Non è un fallimento totale, ma è la metà di quanto preventivato. Il problema di fondo era che un testo scritto senza chiedersi quanti chip le industrie europee avrebbero effettivamente comprato, e senza verificare che esistesse un mercato europeo disposto ad acquistarne la produzione.
Novità del Chips Act 2.0
Il Chips Act 2.0 corregge questa impostazione. La novità più rilevante è l’attenzione alla domanda: il nuovo regolamento non si limita a incentivare chi produce chip, ma prevede meccanismi per collegare i produttori europei alle industrie europee che li acquistano, in particolare nel settore automobilistico, nella robotica industriale e nell’aerospazio.
Vengono introdotti i cosiddetti Demand Accelerators, organismi con il compito di avvicinare chi fabbrica semiconduttori a chi ne ha bisogno, così che i nuovi prodotti non restino fermi nei laboratori ma trovino rapidamente clienti sul mercato.
Grand Challenges
Vengono istituiti anche i Grand Challenges, sfide competitive finanziate pubblicamente per orientare la ricerca verso le tipologie di chip considerate strategiche per l’Europa: in primo luogo quelli per l’intelligenza artificiale, che dovrebbero rappresentare circa il 70 per cento della crescita del mercato globale dei semiconduttori entro il 2030, in un settore destinato a raggiungere 1.370 miliardi di euro di valore. I tempi per ottenere le autorizzazioni necessarie a costruire nuovi impianti scendono a un massimo di 12 mesi.
L’obiettivo complessivo di investimento sale a 120 miliardi di euro entro il 2035, quasi il triplo del target precedente.
Il sistema europeo a supporto della semiconduttura
Il Chips Act 2.0 non è una misura isolata. Si inserisce in un disegno più ampio composto anche dal Cloud and AI Development Act (CADA) — che ridefinisce le regole per gli appalti pubblici in ambito tecnologico e punta a triplicare la capacità dei data center europei — e dall’EU Open Source Strategy, che promuove lo sviluppo di software condiviso e non proprietario. Gli strumenti sono progettati per rafforzarsi a vicenda.
Il Cloud and AI Development Act crea domanda di nuova infrastruttura tecnologica; quell’infrastruttura richiede semiconduttori; il Chips Act 2.0 vuole che una quota crescente di quella domanda sia soddisfatta da produzione europea. È il tentativo di costruire un collegamento tra politica delle infrastrutture e politica industriale che l’Europa non ha mai avuto in modo organico nel settore digitale.
Confronto internazionale
Vale la pena misurare l’ambizione europea con ciò che stanno facendo gli altri. Gli Stati Uniti hanno varato il CHIPS and Science Act con 52 miliardi di dollari di finanziamento federale diretto, cui si sommano centinaia di miliardi di investimenti privati attratti dagli incentivi: solo TSMC, il principale produttore mondiale di chip avanzati, ha annunciato oltre 100 miliardi di dollari aggiuntivi per i suoi stabilimenti negli Stati Uniti.
La Cina ha investito più di 47 miliardi di dollari nel suo terzo grande fondo pubblico per i semiconduttori, con l’obiettivo dichiarato di raggiungere l’autosufficienza produttiva entro fine decennio. In questo contesto, i 120 miliardi europei al 2035 non sono una cifra sproporzionata: sono il minimo necessario per non perdere ulteriore terreno.
I limiti del confronto
Il confronto con gli altri non deve però alimentare la tentazione di imitarne gli errori. Il modello cinese, dove lo Stato controlla direttamente le scelte industriali, è incompatibile con un’economia di mercato aperta e con i valori su cui si fonda l’Unione europea. Ma anche il modello americano merita una lettura critica: il CHIPS and Science Act è accompagnato da clausole esplicitamente protezionistiche che escludono o penalizzano le aziende non americane, comprese quelle europee, e ha prodotto distorsioni rilevanti nelle catene di fornitura globali. Washington ha deciso