Australia sta raddoppiando le multe che può applicare alle piattaforme di social media per mancato rispetto della legge che vietano l’accesso ai minori di 16 anni. Da inizio anno, le aziende tecnologiche che non si attengano correttamente alle nuove normative devono affrontare sanzioni aumentate fino a 99 milioni di dollari australiani (circa 60 milioni di Euro), il doppio rispetto alla precedente quota di 49,5 milioni di dollari. Questa decisione mira a spingere le aziende a garantire un maggiore controllo sugli utenti minorenni.

Un divieto senza effetto?

L’Australia è stato il primo paese al mondo a introdurre un divieto generale per l’accesso ai social media per coloro che non hanno compiuto 16 anni. Dall’entrata in vigore del divieto, imprese tecnologiche come Meta e Google dovevano adottare misure tecnologiche per garantire che solo gli utenti idonei potessero accedere alle loro piattaforme. Tuttavia, l’efficacia di tali misure risulta finora scarsa. Secondo un’indagine, il 61 percento dei ragazzi tra i 12 e i 15 anni in Australia hanno comunque accesso a uno o più account sui social media.

I principali motivi di questo fallimento, come riferito, sono le verifiche di età insufficienti effettuate da queste aziende. Spesso queste verifiche avvengono tramite selfie o controllo di un documento di identità; metodi che i minorenni riescono facilmente a ingannare. I politici australiani hanno espresso chiaramente che le aziende tecnologiche non stanno facendo abbastanza per garantire il rispetto del divieto.

Risposta da parte del governo

Karen Anika Wells, ministra australiana per le comunicazioni, ha espressamente comunicato il suo dissenso riguardo all’efficacia degli sforzi delle aziende tecnologiche per tenere lontani i minorenni dai loro social media. “Non sono convinta che le aziende di tecnologia stiano facendo tutto il possibile per mantenere lontani i minorenni da queste piattaforme”, ha affermato in una dichiarazione ufficiale congiunta con il primo ministro Anthony Albanese.

La responsabilità per l’applicazione della legge è affidata all’eSafety Commission, un ente governativo che ora riceve ulteriori poteri. Questo ente potrà chiedere informazioni e documenti alle piattaforme e ai loro fornitori esterni ad esempio per valutare meglio se stiano rispettando la normativa. Per chi viola ripetutamente i nuovi requisiti potrebbe incorrere in una multa massima di 99 milioni di dollari australiani. Le nuove regole, tuttavia, sono ancora in fase di definizione e non sono state fissate le date di entrata in vigore.

Discussione a livello internazionale

Il dibattito sull’utilizzo dei social media da parte dei bambini ha ottenuto un’attenzione globale. Numerosi paesi europei, come CDU in Germania, Norvegia, Austria, e il governo francese stanno considerando di adottare politiche simili all’Australia. Anche nel Regno Unito vi è un piano per introdurre un divieto per i minorenni entro il 2027. Tuttavia, rimane incerta l’influenza delle esperienze australiane, che fino a oggi non sembrano particolarmente soddisfacenti, sulle politiche straniere.

Reazioni nel continente europeo

In Germania, anche se si mostrano aperti al divieto, i ministri dell’istruzione si concentrono sull’educazione digitale anziché su divieti. La Conferenza federale dei ministri dell’istruzione ha dichiarato di voler enfatizzare la “sensibilizzazione, rafforzamento e protezione” come principi guida, sottolineando la promozione della resilienza digitale e delle competenze multimediali. Secondo un’indagine rappresentativa, però, il 66 percento della popolazione tedesca si dichiara a favore del divieto di social media per i bambini al di sotto dei 14 anni.

Australia e la lezione globale

Il primo ministro australiano Anthony Albanese ha espresso soddisfazione per l’interesse mondiale per la legge del suo paese. Tuttavia, ha riconosciuto che l’esperienza australiana mostra chiaramente come le grandi aziende di tecnologia non stiano facendo abbastanza per rispettare la legge. Albanese sottolinea che rimane troppa presenza di minori nei social media. La strategia australiana, pur ambiziosa, finora non sembra sufficiente per garantire un reale effetto protettivo per i ragazzi e le ragazze del paese.