Cal Newport, già noto come uno dei guru più influenti del settore produttività, ha pubblicato diversi bestseller negli ultimi anni. I suoi libri, come Deep Work, Digital Minimalism e A World Without Email, hanno trasformato la sua idea di produttività in un dogma seguito da milioni di persone in tutto il mondo. Ma nel 2026, improvvisamente, ha messo in discussione la stessa teoria che aveva spinto alla base del suo successo.

Che si chiami déjà vu o una profonda critica al proprio operato, il passo indietro di Cal Newport non è stato casuale. Egli afferma che la concezione moderna di produttività è fallace e si basa su presupposti errati, principalmente incentrati sull’apparenza del lavoro, non sull’effettivo risultato.

La paradoja della produttività

Nelle società industriali di inizio Novecento, la produttività era visibile e misurabile: Henry Ford, ad esempio, aveva chiaro a che punto di efficienza aveva portato la sua catena di montaggio. Oggi, però, i lavoratori non producono oggetti fisici, ma idee, servizi, algoritmi, e misurarne l’efficacia non è affatto semplice.

L’indagine di Newport parte da un presupposto: il mondo non funziona più così. A partire dagli anni Sessanta, con l’aumento della forza lavoro in settori legati al sapere, le organizzazioni hanno cercato di compensare la mancanza di metriche attendibili con osservazioni esterne. In poche parole, se sei visibilmente occupato, sei produttivo. Questa convinzione, a suo avviso, è il cuore dell’illusione.

Newport ritiene che questa percezione di produttività si sia ulteriormente esacerbata durante la pandemia. Mentre molte persone avevano la sensazione di essere osservate, il periodo del lavoro da casa ha tolto l’illusione di essere costantemente sotto controllo. La “finta produttività” si è svelata a tutti: non c’era più motivo di finto lavoro estenuante se nessuno ne era testimone.

La crisi visibile

Pandemia e produttività

Durante la pandemia, molti hanno sperimentato l’ansia del non essere sufficientemente produttivi. La “renuncia silenziosa” – il ritiro dei lavoratori che abbandonano posizioni senza spiegazioni – e i meeting via Zoom interminabili hanno evidenziato quanto profondamente il mercato aveva adottato una cultura di lavoro esagerata. In pochi hanno reagito smettendola. La maggior parte ha solo aumentato il ritmo.

Nonostante anni di studi in comportamentistica, l’approccio umano è stato il più prevedibile: quando qualcosa smette di funzionare, si cerca di farlo funzionare meglio. Purtroppo, ha spiegato Newport, questa strategia ha dimostrato di essere una strada senza uscita.

Un cambio di prospettiva

L’alternativa di Newport si basa su tre principi fondamentali:

Newport ha battezzato questa strategia come “produttività lenta”, cercando di mantenere un legame con il discorso precedente. Tuttavia, come sottolineano altri esperti, non è chiaro che tale approccio sia accessibile a tutti. Joshua Kim, per esempio, ha commentato: “La ‘slow productivity’ è meno una strategia lavorativa che un marcatori di privilegio”.

Chi decide di lavorare di meno?

Un punto cruciale, ha chiarito Vivian Song, è la responsabilità: “Newport non attribuisce quasi mai colpa a chi ha creato la cultura del sovraccarico”. Il problema, spiega, non è solo colpire simbolicamente la cultura dell’eccesso, ma andare al cuore del sistema che premia quelli che fanno “più lavoro” anziché quelli che fanno lavoro utile.

La vera sfida, però, è la consapevolezza collettiva. Dopo anni in cui i manager e i leader aziendali hanno spinto una cultura dell’occupazione finta, è difficile invertire la rotta. La produttività come metro di valore è stata interiorizzata in modi sottili e complicati.

Un problema che non può ignorare

La lezione più importante di Newport non è tanto nei consigli che dà, quanto nel fatto che uno dei principali portavoce della cultura produttivistica l’abbia abbandonata. Non si tratta più solo di consigli per aumentare l’efficienza individuale: si parla di un sistema intero che non funziona.

Può essere difficile pensare a una soluzione semplice, ma il primo passo è riconoscere che il problema esiste. E Newport ne è un testimonial inaspettato.