La disputa sulle frequenze satellitari
Gli Stati Uniti minacciano ritorsioni commerciali contro l'Unione europea per il nuovo sistema di licenze satellitari nella banda a 2 GHz. La disputa coinvolge SpaceX e Starlink, sollevando questioni sulla sicurezza e continuità delle comunicazioni europee in caso di crisi.
Per far litigare Stati Uniti ed Europa non sono serviti carri armati, dazi o un vertice finito male. Sono bastate alcune frequenze radio. Invisibili, silenziose, preziose: domani potrebbero permettere al nostro telefono di chiamare un satellite quando le antenne terrestri saranno fuori uso. E farci scoprire chi decide se quella chiamata può partire.
La nuova frontiera del potere non corre soltanto sulle carte geografiche. Attraversa l’aria. E Washington vuole avere voce in capitolo, possibilmente senza prendere il numerino.
Le minacce di ritorsioni commerciali
Andrew Puzder, ambasciatore americano presso l’Unione europea, ha avvertito il Financial Times: se Bruxelles limiterà l’accesso delle imprese statunitensi a parte dello spettro, le aziende europee rischiano ritorsioni «devastanti». Sullo sfondo c’è SpaceX, proprietaria di Starlink. Ma sarebbe superficiale ridurre tutto alla difesa del business di Elon Musk: qui si decide chi controllerà la connettività quando satelliti e smartphone parleranno direttamente fra loro.
Per ora è una minaccia, non una sanzione: nessuna misura operativa, nessun settore colpito. Il segnale politico, invece, è chiarissimo. Lo spazio è entrato nei rapporti di forza del commercio transatlantico.
Il nuovo sistema di licenze
La miccia ha un nome burocratico: COM(2026) 311. La Commissione europea lo ha presentato il 27 maggio per riorganizzare le licenze della banda satellitare a 2 GHz. Quelle attuali, detenute da Viasat ed EchoStar, scadranno nel maggio 2027. Bisogna scegliere chi userà lo spettro nel prossimo ciclo e a quali condizioni.
Il pacchetto comprende 30 MHz per trasmettere dalla Terra allo spazio, tra 1.980 e 2.010 MHz, e 30 per il percorso inverso, tra 2.170 e 2.200 MHz. Bruxelles propone tre quote: una per comunicazioni governative sicure affidate a un operatore sotto controllo europeo; una per nuovi operatori commerciali dell’UE; una aperta anche agli extraeuropei, con requisiti stringenti su sicurezza e trattamento dei dati.
Le implicazioni per le comunicazioni future
Finora, quando spariva il segnale, restavano tre possibilità: spostarsi, alzare il telefono o insultare l’operatore. Con il direct-to-device arriva una quarta strada: un dispositivo compatibile può collegarsi direttamente a un satellite senza parabole dedicate.
Niente miracoli, però. Ostacoli, potenza, copertura e capacità della rete contano ancora. Il salto è un altro: poter inviare messaggi d’emergenza o mantenere servizi essenziali quando alluvioni, incendi o guasti mandano al tappeto le infrastrutture terrestri. In mare, in montagna e nelle operazioni di soccorso, una rete alternativa vale più di uno slogan.
Le critiche degli Stati Uniti
Puzder sostiene che l’Europa non diventa più competitiva rendendo meno competitive le imprese americane. Ha allargato la critica al Digital Markets Act e alla politica tecnologica di Bruxelles, invitando gli alleati a collaborare contro la Cina su intelligenza artificiale e quantum computing. Sul piano industriale l’obiezione merita attenzione: ostacolare un concorrente non equivale a raggiungerlo.
Ma allora la domanda è inevitabile: i governi europei possono affidare comunicazioni critiche a fornitori sui quali non esercitano un controllo sufficiente? Dati, catena di fornitura, continuità di servizio e sicurezza non sono fissazioni di un ufficio regolatorio. Diventano una scusa quando servono soltanto a proteggere imprese inefficienti.
Le alternative europee
L’Europa ha una risposta: IRIS². Il programma di connettività sicura multi-orbita, affidato a SpaceRISE — SES, Eutelsat e Hispasat — è stato rafforzato nell’agosto 2026: la costellazione prevista conta ora 348 satelliti, 66 in più rispetto alla configurazione precedente. I primi lanci sono programmati dal 2029 e i servizi arriveranno progressivamente. Airbus, Thales Alenia Space, OHB e numerose imprese della filiera sono coinvolte nella realizzazione.
Il problema è il calendario. Un’autorizzazione si scrive, un satellite va progettato, prodotto, lanciato e messo in servizio. Poi servono infrastrutture a terra, clienti e capacità di manutenzione. SpaceX parte con una rete già operativa e un’enorme esperienza di gestione: non la si raggiunge con una bella deliberazione.
Le implicazioni per l'Italia
Per l’Italia la posta riguarda antenne, radiofrequenza, elettronica di bordo, software, crittografia, terminali, segmenti di terra e cybersecurity. Molte PMI della space economy possiedono competenze notevoli ma troppo poco capitale per trasformarle in produzioni ripetibili e contratti internazionali. Una nuova infrastruttura europea ha senso anche se fa crescere questi fornitori, non soltanto i grandi capofila.
Qui il private equity può svolgere un ruolo concreto: aggregare aziende complementari, finanziare certificazioni e capacità produttiva, costruire piattaforme capaci di vendere a più programmi. La sovranità industriale non si misura contando i loghi europei sul palco. Si misura nei ricavi, nei prodotti consegnati e nelle competenze che rimangono.