Gli incentivi pubblici hanno accelerato l’automazione delle fabbriche, lasciando meno protetta la transizione dei lavoratori. Per l’Europa diventa decisivo collegare produttività, fisco e welfare: sostenere formazione e reddito durante la riqualificazione e distribuire i benefici economici degli investimenti nelle tecnologie.

Il boom cinese e la prospettiva europea

I numeri cinesi hanno un effetto rassicurante su chi li legge da Trento o da Bruxelles: sono grandi, impressionanti e, soprattutto, sono altrove. Quasi due milioni di robot industriali in funzione, 295 mila nuove unità installate nel solo 2024, il 54 per cento del totale mondiale. Un fenomeno da studiare, magari da temere, comunque non nostro.

Poi si guarda la densità, cioè il rapporto fra macchine e occupati, e la geografia si capovolge. Secondo la Federazione internazionale della robotica, nel 2024 l’Europa occidentale ha raggiunto 267 robot ogni diecimila addetti manifatturieri, davanti al Nord America, con 204, e all’Asia, con 131. La Germania è al terzo posto mondiale con 449 unità, la Svezia a 377, la Danimarca a 329; l’Unione europea, con 231, è nettamente sopra la media mondiale. Le fabbriche più automatizzate del pianeta, in proporzione a chi ci lavora, non stanno soltanto nel Guangdong.

Dati contrastanti sulla Cina

Vale la pena una digressione sui conti. Nel rapporto del 2024 la stessa Federazione collocava la Cina al terzo posto con 470 robot ogni diecimila addetti; nell’edizione successiva la densità è scesa a 166 e il paese al ventiduesimo posto. Non sono scomparsi i robot: è cambiato il dato sull’occupazione manifatturiera usato come denominatore. Chi costruisce politiche industriali sulle classifiche dovrebbe ricordarlo.

Gli incentivi statali: più che un semplice sconto

La differenza europea non riguarda soltanto quante macchine siano state comprate, ma come sono state pagate. In Italia sono entrate nei capannoni con un contributo pubblico rilevante: prima l’iperammortamento, che valorizzava fiscalmente al 250 per cento gli investimenti 4.0, poi il credito d’imposta sui beni strumentali. Per quasi un decennio lo Stato ha ridotto il prezzo del capitale tecnologico, con ragioni serie: gli investimenti erano deboli, la produttività stagnava e molte piccole imprese rischiavano di restare fuori dalla trasformazione digitale.

Il problema non è che lo Stato abbia sostenuto l’innovazione, ma che l’abbia definita soprattutto attraverso l’oggetto acquistato. Una macchina interconnessa generava un beneficio fiscale identificabile; la riorganizzazione, la qualità del lavoro, la formazione e la creazione di nuove mansioni sono rimaste ai margini. L’impresa acquisiva un diritto chiaro quando comprava la macchina; il lavoratore non acquisiva un diritto simmetrico a tempo, reddito e riqualificazione quando quella macchina modificava il suo posto. Abbiamo sussidiato l’adozione e lasciato la transizione a se stessa, confidando che il saldo occupazionale finale sarebbe stato positivo. Forse lo sarà; nel frattempo, qualcuno paga.

L’asimmetria fiscale: una spinta all’automazione in eccesso

Daron Acemoglu, Andrea Manera e Pascual Restrepo hanno mostrato per gli Stati Uniti che il sistema fiscale grava sul lavoro molto più che su capitale e software; questa asimmetria può produrre automazione in eccesso, perché induce a sostituire persone anche quando il guadagno produttivo è modesto. In Europa, dove il costo contributivo del lavoro dipendente è elevato, la logica è ancora più rilevante: ogni assunzione porta imposte, contributi e obblighi, mentre l’acquisto della macchina può ricevere un credito fiscale.

Non occorre attribuire intenzioni antisociali agli imprenditori; posti davanti a due tecniche, scelgono quella meno costosa. È il sistema pubblico ad avere inclinato il piano.

Non tutte le automazioni sono uguali

Un robot di saldatura può aumentare sicurezza e produttività, liberando l’operaio da un’attività usurante. Esistono però le tecnologie che spiazzano lavoratori senza generare forte produttività e nuova domanda. La cassa automatica trasferisce il lavoro sul cliente; il centralino digitale riduce il costo dell’operatore, ma aumenta il tempo dell’utente.

Il parere demografico: l’Europa invecchia

L’Europa invecchia, la forza lavoro si contrae e molte aziende non trovano personale; in questa prospettiva i robot non rubano posti, ma occupano vuoti. Per l’Italia la produttività è indispensabile, perché una popolazione attiva più piccola dovrà sostenere un numero crescente di anziani. Rifiutare l’automazione significherebbe, in molti casi, perdere insieme capitale e lavoro: un’impresa non competitiva chiude o trasferisce la produzione.

Il problema del finanziamento: le pensioni e la produttività

Le pensioni italiane correnti sono pagate in larga misura con i contributi di chi