Il 75% della potenza di calcolo mondiale dei supercomputer è concentrato negli Stati Uniti e il 15% in Cina, mentre il resto del mondo rimane marginalizzandosi, esponendosi al rischio di una sorta di colonialismo digitale. Lo denuncia nel suo rapporto il panel scientifico dell’ONU, con dati e analisi che smontano le convinzioni di uno sviluppo tecnologico democratico e accessibile a tutti.

La narrazione idilliaca smascherata

La Silicon Valley e i suoi giganti tecnologici, spesso seguiti da decisioni politiche, hanno a lungo sostenuto un’immagine idealizzata dell’intelligenza artificiale come un livellatore globale in grado di ridurre le disuguaglianze. In realtà, come mostra il rapporto dell’ONU, questo scenario è solo una finzione. Lo sviluppo esponenziale e concentrato dell’IA sta creando un divario infrastrutturale che mette a dura prova la parità globale.

Una polarizzazione senza precedenti

Il panel dell’ONU, guidato da personalità riconosciute come Yoshua Bengio e Maria Ressa, ha evidenziato come l’innovazione nell’intelligenza artificiale non segua il ritmo della legislazione e neppure la scienza pubblica. Il processo di avanzamento non solo supera ogni piano normativo, ma esprime una velocità tecnologica che si dimostra persino avulsa dalla capacità di comprensione di chi dovrebbe controllarla.

La struttura materiale dell'IA e sue implicazioni geopolitiche

L’architettura dell’IA attuale si basa su tre pilastri fondamentali: potenza di calcolo, energie e controllo dei flussi informatici. L’attuale distribuzione globale, con Usa e Cina in vantaggio, ha una conseguenza diretta: il monopolio su circa il 90% della potenza di calcolo mondiale. Gli altri Paesi non hanno la capacità strutturale per competere su questo fronte e sono costretti a utilizzare infrastrutture esterne.

Una sottomissione strutturale

Questo aspetto non è semplicemente un problema digitale ma ha forti implicazioni economiche, giuridiche e geopolitiche. I Paesi non abbastanza tecnologicamente avanzati diventano dipendenti dagli oligopoli tecnologici, privi della capacità di influire sulle tecnologie che utilizzano. Questo rappresenta una forma di sottomissione che richiama i paradigmi dell’epoca coloniale.

Il rischio per la sovranità nazionale

I piccoli e medi Paesi non in grado di sviluppare infrastrutture domestiche di calcolo perdono la sovranità digitale. Sono obbligati ad utilizzare tecnologie estreme, spesso non trasparenti, e a dipendere da modelli costruiti su dati non propri. La mancanza di accesso alla catena produttiva del codice impedisce loro di verificare la sicurezza e la coerenza con i loro valori nazionali.

La violazione del diritto alla salute e alla vita

I rischi concreti dell’IA non riconosciuta e non calibrata alle realtà locali toccano la vita stessa dei cittadini. Il rapporto ONU presenta esempi di errore che possono provocare danni irreversibili: traduzioni errate di termini medici cruciali, che possono confondere diagnosi e trattamenti. Si rischia non solo l’errato utilizzo di farmaci, ma addirittura di sostanze tossiche in contesti sanitari.


Cultura e identità compromesse

Oltre agli aspetti sanitari, vi è una minaccia diretta all’identità culturale. I grandi modelli linguistici di intelligenza artificiale si basano prevalentemente su dati provenienti dal web anglosassone e non tengono conto della varietà linguistica e culturale globale. Le lingue non anglofone vengono spesso trascurate e il rischio di perderne la ricchezza esiste.

Linguaggio e modelli educativi

Tale approccio non neutralizza solo le lingue e le culture, ma modella l’educazione seguendo modelli imposti dall’esterno. Gli studenti vengono esposti a contenuti formativi che non tengono conto della diversità storica, politica e epistemica dei contesti locali, favorendo una omogeneità culturale che può portare all’appiattimento e alla perdita di diversità.

Inadeguatezza dei meccanismi normativi esistenti

Di fronte a questo scenario, il diritto internazionale mostra lacune significative, con meccanismi legislativi spesso inadatti o insufficientemente estesi. Normative come il Regolamento Europeo sull’IA e i decreti Usa, benché importanti, si dimostrano inadeguati a governare rischi la cui natura è transfrontaliera, ubiqua e in continua evoluzione.

Modello sviluppato in una giurisdizione ma usato globalmente

I modelli di intelligenza artificiale di frontiera vengono creati in un territorio specifico, utilizzano dati estratti in modo non conforme agli standard internazionali, e vengono ospitati in altre giurisdizioni e utilizzati ovunque. Questa condizione genera un vuoto di sovraintendenza in cui le regole sono quasi impossibili da applicare.

Vuoto normativo e rischio globale

La mancanza di un sistema normativo globale efficace favorisce il dilagare di tecnologie non regolamentate con effetti dirompenti che coinvolgono salute pubblica, scuola, cultura e diritti digitali. Il rapporto ONU chiede un urgente riorientamento dei sistemi governativi verso una governance più inclusiva e capace di controllare le tecnologie dell’IA a livello internazionale.

Un nuovo modello di controllo globale

Per rispondere ai rischi presenti, il rapporto suggerisce l’implementazione di strumenti legislativi intergovernativi, accordi multilaterali e cooperative tecnologiche per garantire che ogni Paese abbia gli strumenti e la capacità per partecipare autonomamente nello sviluppo del futuro tecnologico globale. È evidente che solo attraverso un’azione concertata si possa evitare una polarizzazione totale dell’innovazione digitale e una sua sottomissione a pochi potenti.