Introduzione

Se l’intelligenza artificiale (AI) spostasse il reddito dal lavoro al capitale, l’Italia subirebbe il colpo più forte tra i paesi sviluppati. Un calcolo pubblicato da The Economist il 29 settembre dimostra che, con una riduzione del 10 % della quota di reddito nazionale destinata al lavoro, il deficit italiano più che raddoppierebbe, mentre Francia e Germania vedrebbero aumenti più contenuti e gli Stati Uniti un impatto limitato.

Per mantenere i livelli di spesa pubblica attuali, lo Stato dovrebbe trovare circa 200 miliardi di dollari all’anno in più, mentre le entrate calerebbero di circa 90 miliardi, portando a un peggioramento complessivo dei conti dell’ordine del 10 % del PIL. A titolo di confronto, il deficit italiano del 2025 si è chiuso al 3,1 % del PIL (revisione ISTAT di settembre).

Il test di resistenza dell’Economist

Il risultato non è una previsione di lungo periodo, ma un test di resistenza: si varia una sola variabile (quota di reddito al lavoro) mantenendo invariati tutti gli altri fattori. Questo approccio evidenzia una vulnerabilità strutturale del sistema fiscale italiano, il cui gettito dipende in larga misura da salari, contributi e imposte sul lavoro.

Le fonti di partenza: studi del NBER

L’analisi dell’Economist si basa su due studi del National Bureau of Economic Research (NBER) pubblicati nel 2024‑2025. Il primo, di Karen Dynan, Douglas Elmendorf e Louise Sheiner, analizza l’effetto degli investimenti in AI negli Stati Uniti.

Il boom dei profitti negli USA

Negli USA gli investimenti in infrastrutture per l’AI hanno generato un aumento di 1 200 miliardi di dollari degli utili societari prima delle imposte in un anno, pari al 30 % di crescita. Parallelamente, il gettito dell’imposta sulle società è crollato.

La ragione è tecnica: le nuove regole fiscali consentono alle imprese di dedurre dal reddito imponibile una quota più ampia degli investimenti nello stesso anno in cui li sostenono. Grandi gruppi tecnologici, con profitti elevati, hanno quindi dedotto cifre eccezionali, riducendo drasticamente l’imposta effettiva.

Secondo il Congressional Budget Office (CBO), citato dagli autori, l’aliquota marginale effettiva sui nuovi investimenti in macchinari si aggirerà intorno al 6 % nel prossimo decennio, rendendo l’imposta quasi un sussidio.

Il canale fiscale dell’AI

Il primo canale attraverso cui l’AI indebolisce il fisco è la perdita di posti di lavoro, che riduce la base imponibile dei redditi da lavoro. Il secondo è la modalità con cui i sistemi fiscali trattano il capitale. Daron Acemoglu, Andrea Manera e Pascual Restrepo hanno già mostrato che il fisco americano favorisce l’automazione perché tassa pesantemente il lavoro e tratta con generosità software e macchinari.

In Italia, gli incentivi agli investimenti in beni digitali – dall’iperammortamento alla “Transizione 5.0” – seguono la stessa logica di agevolazione, ma hanno l’effetto di ridurre la base imponibile su cui ricade l’imposta sul reddito delle società.

Incentivi italiani agli investimenti digitali

Queste misure, pur mirando a modernizzare le imprese, riducono il gettito fiscale, soprattutto quando la maggior parte del nuovo reddito è generato da capitale.

L’obiezione della crescita produttiva

L’argomento più comune è che l’AI, aumentando la produttività, farà crescere l’economia e quindi anche le entrate fiscali. Lo studio di Dynan, Elmendorf e Sheiner, presentato come working paper del NBER, verifica questa ipotesi su quattro scenari di lungo periodo del CBO, con un orizzonte di trent’anni.

Nel “primo scenario” la crescita compensa circa metà dell’aumento del debito previsto, ma la scomposizione dei 39 punti di riduzione del debito mostra che solo 2 punti provengono da maggiori entrate fiscali, 7 dall’effetto della crescita sul debito esistente, e 30 dal fatto che la spesa pubblica cresce meno del PIL. Dopo trent’anni, una crescita più veloce di mezzo punto all’anno aumenta le entrate di appena 0,14 punti di PIL.

Nel “quarto scenario”, la produttività raddoppia rispetto al secondo, ma la riduzione del debito rimane invariata (49 punti). La differenza è che tutto il reddito aggiuntivo va al capitale, tassato in media al 15 % contro il 25,9 % che grava sui redditi dei 20 % più ricchi delle famiglie. Se lo stesso reddito fosse tassato come lavoro, la riduzione del debito salirebbe a 94 punti. In pratica, la modalità di tassazione dimezza il beneficio fiscale.

Il ruolo dei tassi di interesse

Il CBO assume che una crescita più rapida porti a un aumento dei tassi d’interesse proporzionale alla produttività. Gli autori osservano che il boom degli investimenti in capacità di calcolo ed energia potrebbe spingere i tassi verso l’alto, mentre l’afflusso di capitali esteri potrebbe contenerli. Se i tassi non aumentassero, il debito americano dopo trent’anni sarebbe inferiore di altri 12 punti di PIL. Per un Paese con un debito già elevato, come l’Italia, questo canale pesa ancora di più.

Il modello di Korinek e Lockwood

Il secondo riferimento dell’Economist è lo studio di Anton Korinek e Lee Lockwood (Università della Virginia), pubblicato a febbraio dal NBER. Gli autori analizzano i sistemi fiscali dei Pa