Papa Leone XIV con la sua enciclica Magnifica Humanitas (MH) ha voluto offrire il patrimonio della Dottrina Sociale della Chiesa per fronteggiare la nuova “questione sociale” che nasce dalla rivoluzione industriale dell’Intelligenza Artificiale. Nel farlo ha affrontato tutti gli aspetti non solo quelli religiosi, ma anche quelli tecnici, sociali, istituzionali e antropologici, del “cambiamento di epoca”. Si tratta quindi di un testo che parla a tutti, e non solo ai cattolici.

A conferma di ciò il Papa mette subito in guardia dall’indifferenza verso il cambiamento che riguarda “noi tutti” , con parole nette: “mentre alcuni si contendono il futuro delle nuove tecnologie e altri sono impegnati nella riflessione su di esse, la maggior parte delle persone rimane in attesa, osserva da lontano e spera semplicemente che tutto vada per il meglio” (MH6).

Egli afferma con chiarezza che non si tratta di dire “un si o un no alla tecnologia, ma di una scelta, tra edificare Babele o ricostruire Gerusalemme” (MH9) e precisa che con la “sindrome di Babele” si identifica l’idolatria del profitto e l’uniformità di un linguaggio digitale unico, che traduce l’essere umano in dati e prestazioni. Ma a fronte di questo rischio di disumanizzazione, Papa Leone contrappone la “via di Neemia”, e cioè la cooperazione e il lavoro condiviso.

In sintonia peraltro, con quanto aveva sottolineato l’ultimo rapporto sullo sviluppo umano 2025 dell’UNDP, che significativamente si intitola “Una questione di scelta”, e ci ricorda che “sono le persone, non le macchine, a determinare quali tecnologie si sviluppano, come vengono utilizzate e a chi servono – e che l’impatto dell’IA sarà definito non da ciò che può fare, ma dalle decisioni che prendiamo”.

Rifacendosi ai principi della Dottrina Sociale della Chiesa, il Papa afferma che “oggi, tra i beni che sono universalmente destinati a tutti (i beni comuni) dobbiamo annoverare anche le nuove forme di proprietà: brevetti, algoritmi, piattaforme digitali, infrastrutture tecnologiche, dati – e aggiunge indicandone le conseguenze – quando questi beni restano concentrati nelle mani di pochi, senza adeguate forme di condivisione e di accesso, si crea un nuovo squilibrio che contraddice la destinazione universale dei beni” (MH67)

La proprietà dei dati digitali e il rischio coloniale

Inoltre, il Papa prende una posizione netta anche su una delle questioni centrali che stanno alla base del potere dell’IA: l’importanza dei dati digitali e della loro proprietà.

Papa Leone negli articoli dell'enciclica, nel capitolo terzo, riferendosi alla enorme potenza dell’IA, afferma che “questa resta legata esclusivamente al trattamento dei dati” (MH99), e prosegue indicando come “la proprietà dei dati non può essere affidata solo a privati, ma va regolamentata. Essi sono frutto del contributo di molti e non possono essere venduti o affidati a pochi” (MH108).

Non solo quindi identifica un nesso oggettivo, tra tutti noi che contribuiamo a produrre i dati e la loro proprietà, ma soprattutto ne identifica il valore non solo economico ma anche politico. Prosegue infatti collegando lo sfruttamento, portato avanti dal potere coloniale nei secoli scorsi, della terra, delle risorse e delle persone rese schiave, all’attuale strapotere delle piattaforme digitali, ammonendo che: “il colonialismo ai nostri giorni mostra un volto inedito. Non domina solo i corpi, ma si appropria dei dati, trasformando le informazioni personali in informazioni sfruttabili… E’ qui – dice il Papa – che si gioca una delle questioni morali più urgenti del nostro tempo:… restituire ai popoli non solo i dati che li descrivono, ma anche la possibilità di decidere come verranno usati, da chi e per chi” (MH178).

Nuove strade legislative in Europa

La materia della proprietà dei dati digitali è da tempo oggetto di analisi e proposte, anche se è rimasta fin qui, volutamente, in un limbo giuridico che ha consentito la loro espropriazione, accumulazione ed utilizzo quasi esclusivo da parte delle Big Tech, che per prime hanno sfruttato il vuoto normativo.

L’unione Europea negli ultimi anni, attraverso una normativa ancora in divenire ma già da questo punto di vista corposa, ha scelto una via concreta per limitare il potere delle grandi piattaforme e per sviluppare un vero mercato plurale e competitivo dei dati, favorendo la “libera circolazione” e la “portabilità dei dati”, e siccome l’interesse dei cittadini derivante dall’utilizzo dei dati “prevale sugli interessi dei titolari dei dati”, ha consentito anche l’affermazione di una sorta di “diritto alla restituzione di una copia” ai cittadini europei dei dati digitali da parte delle piattaforme che li posseggono, dando loro la possibilità di conferirli a terzi tramite gli “intermediari dei dati”, sia per una loro riutilizzazione a scopi economici che per un uso a scopi non profit definito “altruismo dei dati”.

La visione sociale e comunitaria

Ma il Papa non si è limitato ad un semplice richiamo per una gestione diversa dei processi tecnologici e dei dati digitali in linea con il principio del “bene comune”. Rifacendosi alla Dottrina Sociale della Chiesa ha richiamato più volte il principio della sussidiarietà, “che vale in modo particolare nel contesto della rivoluzione digitale”, e chiede che i processi tecnologici “siano orientati al bene comune, mediante …forme reali di partecipazione…e accesso equo ai dati” (MH71).

Corpi intermedi e partecipazione comunitaria

Infine il Papa ha ammonito affinché “le comunità e i corpi intermedi non siano ridotti a destinatari di decisioni prese altrove, ma contribuiscano al discernimento e alla vigilanza”“serve una creatività in grado di gestirli come uno dei beni comuni o collettivi, nella logica della condivisione” (MH108).

Il ruolo dei “corpi intermedi”

Per fare fronte con creatività ai “fenomeni avversi” che colpivano la società nel suo passaggio dalla civiltà contadina a quella industriale, nacquero nell