Il ritorno all’atomo non si gioca sul prezzo del kilowattora né sulla paura del rischio. La posta è la potenza elettrica che alimenterà data center, intelligenza artificiale e industria avanzata, e con essa l’autonomia del Paese. L’Italia si avvia a riaprire un percorso nucleare che credeva chiuso da due referendum. Ma la domanda decisiva non è se l’atomo farà scendere le bollette nel breve periodo, né se basterà evocare il rischio per fermarlo. La posta vera è un’altra: la potenza elettrica, continua e decarbonizzata, che servirà ad alimentare data center, intelligenza artificiale e industria avanzata. In gioco non c’è soltanto una fonte energetica, ma la sovranità del calcolo e, con essa, l’autonomia tecnologica del Paese.

Le criticità del nucleare

Conviene partire dall’opposizione più forte. Nel gennaio 2024, su Utility Dive, l’economista M.V. Ramana ha commentato il fallimento del progetto americano di NuScale come la pietra tombale dei reattori modulari. Il costo del primo impianto era salito da 5,3 a 9,3 miliardi di dollari prima che le utility committenti si ritirassero. È l’argomento storico: un reattore piccolo costa meno in assoluto, ma di più per ogni megawatt prodotto.

Persino con i sussidi, il prezzo obiettivo di quell’energia aveva toccato gli 89 dollari per megawattora; le stime indipendenti del costo livellato di un modulare di prima generazione, senza incentivi, salgono ben oltre i 200 dollari, contro i 30-50 dell’eolico. Vale anche ciò che il fronte del no ricorda con ragione: non esiste oggi un unico impianto a fusione commerciale al mondo, ITER dimostrerà la fattibilità scientifica e non quella industriale, e i primi reattori italiani difficilmente entreranno in funzione prima della metà del prossimo decennio.

Misurato in decarbonizzazione per euro investito, nei tempi degli obiettivi 2030, il nucleare di nuova generazione è la più cara delle opzioni a basse emissioni.

La potenza che serve al calcolo

Tutto vero. È la risposta esatta a una domanda incompleta. Per la potenza che serve al calcolo, il costo livellato dell’energia è una metrica incompleta. I carichi di inferenza e i servizi cloud girano senza sosta, e persino l’addestramento dei grandi modelli, in parte programmabile, pretende blocchi di potenza enormi e prevedibili: il prezzo medio del megawattora ne cattura solo una parte, il resto è valore di sistema, cioè la disponibilità continua, la trasmissione e la riserva evitate, e quella corrispondenza oraria tra consumo e generazione decarbonizzata che gli operatori del cloud mettono a contratto e che la media annua del fotovoltaico non garantisce. È su questo piano che il giudizio si rovescia.

Sistema energetico e High-Tech Economy

La domanda dirimente riguarda allora un altro piano: il sistema energetico che l’economia in costruzione pretende, ben oltre il costo di un kilowattora pulito nel 2035. Il Centro Economia Digitale la chiama High-Tech Economy: un ciclo competitivo in cui pesa meno il possesso della tecnologia e più la rapidità con cui la si diffonde e la si impiega. Ogni unità di valore aggiunto nei settori ad alta intensità tecnologica genera in tre anni un prodotto quasi quadruplo, con un moltiplicatore di 3,9 nei sette paesi europei del campione analizzato contro 1,28 dei comparti tradizionali.

La crescita e il consumo energetico futuro

In Italia quei settori pesano il 10,9% del valore aggiunto ma realizzano il 70,9% della ricerca privata. È lì che si gioca la crescita del prossimo decennio. Questa economia ha però un corpo fisico, e quel corpo consuma elettroni in quantità crescente. Secondo le proiezioni dell’Agenzia internazionale dell’energia, il fabbisogno elettrico dei data center più che raddoppierà entro il 2030, verso i 945 terawattora, e sfiorerà i 1.200 nel 2035, quasi il triplo di oggi.

Il nucleare come infrastruttura tecnologica

Nell’economia dell’intelligenza artificiale il calcolo si insedia dove c’è potenza elettrica disponibile, continua, decarbonizzata e autorizzabile, prima ancora che dove abbondano talento e capitale. Gli elettroni, a differenza dei capitali, non viaggiano gratis. Senza una base elettrica ferma e pulita, l’intelligenza artificiale italiana resta una strategia ospitata su server altrui.

Le rinnovabili restano la spina dorsale del sistema, per costo e rapidità di installazione. Un carico di calcolo che non conosce notti né bonacce chiede però una quota di potenza ferma e decarbonizzata che le affianchi, senza soppiantarle. È qui che il nucleare muta funzione: da strumento di politica climatica a infrastruttura della Sovranità Tecnologica, fondamento a monte dell’intera filiera della frontiera.

Valutazione condizionata

La risposta alla domanda se valga la pena diventa allora condizionata, e onesta: sì, come opzione sulla base energetica della competitività e dell’autonomia nazionale; no, se la si vende come scorciatoia verso bollette più leggere. La lezione di Philippe Aghion (2021) sulla crescita endogena riguarda meno la scelta dei vincitori e più la costruzione della domanda e dei mercati che accelerano la diffusione dell’innovazione: confondere i due piani significa scegliere lo strumento giusto per la ragione sbagliata, e abbandonarlo alla prima verifica di cassa.

I fatti sul nucleare globale

Che la frontiera del calcolo sia già una frontiera nucleare lo dicono i fatti, non gli auspici. Amazon ha contrattato fino a 1.920 megawatt di nucleare dalla centrale di Susquehanna per i data center di Aws e ha rilevato una quota nello sviluppatore di reattori modulari X-energy; Google ha firmato un accordo per 500 megawatt da reattori modulari di Kairos Power e un contratto per 200 megawatt dall’impianto a fusione ARC che Commonwealth Fusion Systems costruirà in Virginia. È lo stesso impianto da cui acquista Eni, con un contratto da oltre un miliardo di dollari siglato a settembre. I leader mondiali del calcolo si stanno assicurando la base nucleare mentre da noi si discute di tariffe.

L’Italia e i progetti di nucleare

Resta il come, ed è la parte in cui l’Italia ha qualcosa da costruire