Le elezioni di midterm e la nuova agenda dei data center

Martedì gli Stati Uniti vanno al voto e, per la prima volta, le urne decidono anche il destino dell’intelligenza artificiale. Con le midterm che rinnovano l’intera Camera dei Rappresentanti e 35 seggi del Senato, gli elettori saranno chiamati a pronunciarsi su oltre 40 quesiti referendari dedicati ai data center, i giganteschi capannoni di server che alimentano l’AI e che in numerose comunità sono diventati un oggetto politico esplosivo.

La posta in gioco è sia economica che ecologica. Le grandi aziende tecnologiche hanno investito centinaia di miliardi di dollari in nuove infrastrutture, ma residenti e attivisti denunciano un consumo di elettricità e acqua insostenibile, bollette in aumento e pochissimi posti di lavoro creati.

Il panorama dei referendum

Secondo una ricostruzione di Fox News, gli elettori di otto Stati si troveranno di fronte a 34 diverse misure elettorali sui data center, con l’Ohio in prima linea. Non si tratta di referendum pro o contro l’AI in senso stretto, ma di proposte che riguardano l’uso del territorio, il consumo di energia, il rumore, le tasse e il diritto delle comunità di approvare o respingere i grandi progetti.

Nella cittadina di Heath, in Ohio, si chiede addirittura di vietare i data center che consumano oltre 23 megawatt al mese, ritenuti incompatibili con il carattere rurale della contea.

Il caso Texas: da epicentro dell’AI a pausa forzata

Il Texas è il caso più sorprendente. Il governatore repubblicano Greg Abbott, che meno di un anno fa celebrava lo Stato come l’epicentro dello sviluppo dell’AI e sbandierava un investimento da 40 miliardi di dollari di Google, ha ordinato una pausa sui permessi per i nuovi impianti, in attesa di un audit sull’impatto della rete elettrica e delle riserve idriche.

La sua sfidante democratica Gina Hinojosa promette una moratoria statale e lo accusa di aver fatto gli interessi dei ricchi, colpendo le tasche dei texani con bollette alle stelle mentre accettava donazioni dal Big Tech. Così molti repubblicani delusi, soprattutto nelle comunità rurali, hanno dato vita al movimento Break Rank, annunciando il voto democratico per punire il partito.

Altri Stati in corsa per il controllo dei server

Anche in Michigan e in Georgia la corsa per la governorship gira attorno ai server. La democratica Jocelyn Benson propone misure severe sui nuovi impianti, mentre il collega di partito Abdul El‑Sayed, candidato al Senato, appoggia la proposta dei senatori Bernie Sanders e Alexandria Ocasio‑Cortez per un bando federale sulla costruzione di nuovi data center.

In Georgia, la democratica Keisha Lance Bottoms vuole mettere in pausa il boom del settore per rivedere le esenzioni fiscali con cui lo Stato ha attirato gli investimenti. Il suo avversario repubblicano, il miliardario Rick Jackson, ha invece interessi diretti nel settore e ne difende i benefici.

Attivismo e pressione internazionale

La protesta però non conosce confini partitici. L’attivista Erin Brockovich, resa famosa dal film con Julia Roberts che racconta la sua battaglia contro la contaminazione dell’acqua a Hinkley, ha lanciato una piattaforma cittadina che traccia in tempo reale i progetti di data center in tutto il Paese, come ha raccontato l’AFP. Le sue preoccupazioni vanno dai prezzi dell’elettricità al consumo idrico, dal rumore ai rifiuti.

Nel mese di giugno, 40 sindaci di tutto il mondo, da Phoenix a Melbourne, hanno firmato un patto per imporre condizioni precise agli operatori, dall’energia rinnovabile al pagamento delle infrastrutture locali.

Il sentiment degli elettori

Resta da capire se questa ondata di malcontento cambierà davvero gli equilibri. Un sondaggio Quinnipiac di inizio ottobre in Pennsylvania ha mostrato che il 64 % degli elettori ritiene che i data center facciano più male che bene allo Stato. Persino il repubblicano Vivek Ramaswamy, in Ohio, dopo mesi di proteste, ha promesso di fermare le nuove costruzioni senza garanzie sui costi per i residenti.

La sfida per l’industria dell’AI è ormai chiara: costruire il futuro della tecnologia non basta più, serve il consenso di chi quel futuro lo ospiterà nel proprio cortile di casa.

L’idea di Trump: dividendo dalle Big Tech per le comunità locali

Secondo quanto scritto da Donald Trump sui social media, le grandi aziende tecnologiche dovrebbero versare un dividendo alle comunità locali che ospitano i data center, per creare consenso e compensare gli impatti ambientali. L’iniziativa, ancora in fase di bozza, suggerisce un pagamento annuale proporzionale al consumo energetico del centro, destinato a progetti di energia rinnovabile, infrastrutture idriche e programmi di formazione professionale.

Se adottata, la proposta potrebbe rimodellare il rapporto tra Big Tech e territori rurali, trasformando i data center da fonte di conflitto a motore di sviluppo sostenibile. Tuttavia, gli esperti avvertono che la misura rischia di diventare un “pay‑to‑play” senza garanzie di trasparenza e di effettiva riduzione dell’impatto ambientale.

In conclusione, le elezioni di midterm statunitensi rappresentano un punto di svolta cruciale per il futuro dei data center dedicati all’intelligenza artificiale. Le decisioni prese nei referendum e nelle campagne governative determineranno se gli investimenti miliardari continueranno a crescere o saranno soggetti a rigorose restrizioni, con ripercussioni sia sul mercato globale dell’AI sia sulla vita quotidiana delle comunità ospitanti.