Il professore che mette a nudo la retorica dell’AI‑doom
Michael I. Jordan, professore emerito all’Università della California, Berkeley, è stato definito dal Science nel 2016 “l’informatico più influente al mondo”. In un’intervista per Libération, il settantenne ha smontato la narrativa apocalittica che circonda l’intelligenza artificiale, definendola “science‑fiction” e accusando i cosiddetti “doomers” di alimentare un panico infondato.
Una critica al linguaggio e alla hype
Già nel 2019, nell’articolo pubblicato sulla Harvard Data Science Review, Jordan aveva avvertito che il termine “IA” era stato diluito e trasformato in un “buzzword” privo di contenuto reale. “Quando il vocabolo non basta più, si passa a parlare di AGI, poi di superintelligenza, e adesso siamo arrivati a scenari da film”, ha dichiarato.
Regolamentazione vista come teatro
Secondo Jordan, le richieste di regolamentazione avanzate dalle grandi aziende di IA sono più una “performance morale” che una reale volontà di controllo. “È un modo per dire ‘siamo i buoni’, mentre dietro le quinte si lotta per mantenere il controllo totale su come verrà regolata la tecnologia”.
Il caso Jacob Coxon e la generazione dei “dottorati”
Jordan ha citato il ritiro di Jacob Coxon, giovane ricercatore di Anthropic, come esempio lampante di una cultura aziendale più interessata alla visibilità che alla sostanza. “Molti di questi giovani non sono veri ingegneri”, ha commentato, aggiungendo che provengono spesso da discipline umanistiche o filosofiche, hanno appena 25 anni e non hanno mai lavorato su prodotti concreti per utenti reali.
“Si incontrano come nei caffè parigini degli anni ’20, a parlare di scenari fantascientifici. Quando poi fanno dimissioni, è per attirare l’attenzione: proclamano di rinunciare al denaro, ma hanno già le loro stock option”, ha sottolineato Jordan, definendo la loro condotta una “grande performance moralista”, miscela di ingenuità e cinismo.
Superintelligenza: un mito da relegare alla fantascienza
Jordan sostiene che “superintelligenza” sia un concetto appartenente al genere narrativo e non al dibattito scientifico. “È lecito speculare su scenari estremi, ma quando diventa il tema dominante, ostacola lo sviluppo tecnologico, confonde i giovani e condiziona la mentalità di intere nazioni”.
Inoltre, accusa l’élite tecnologica degli Stati Uniti, sostenuta da figure politiche come l’ex presidente Trump, di promuovere questo linguaggio senza basi reali.
Una critica spietata a Geoffrey Hinton
Jordan lancia un duro attacco contro il premio Nobel Geoffrey Hinton, definendo la sua visione secondo cui “basta replicare il cervello in silicio per raggiungere la superintelligenza” come “praticamente credibile in nessun passo”. Aggiunge che Hinton non ha mai fondato un’impresa che produca servizi concreti per le persone.
Yoshua Bengio: un punto di vista più equilibrato
Al contrario, Jordan mostra più rispetto per Yoshua Bengio, che, a suo avviso, concentra gli sforzi sulla ricerca di sicurezza. “Le sue avvertenze riguardano i limiti attuali delle tecnologie di IA, come gli swarm di agenti fuori controllo”, osserva Jordan.
OpenAI e gli esperimenti pericolosi
Il professor Jordan ha classificato il recente “hack” di Hugging Face da parte di agenti di OpenAI come “cattiva pratica ingegneristica”. “Nel campo della chimica non si lascerebbero esplosioni sperimentali per vedere cosa succede; allo stesso modo, OpenAI ha condotto esperimenti sciocchi lasciando gli agenti a fare ciò che volevano”.
Le reazioni dei doomer, secondo Jordan, sono esagerate: “Si esaltano, credendo che gli agenti siano consapevoli e vogliano distruggere gli esseri umani. È ancora una volta pura fantascienza”.
La scommessa sui data center
Jordan definisce la corsa al costruire enormi data center una “scommessa colossale senza garanzia di successo”. A suo avviso, i grandi modelli linguistici attuali sono già sufficienti per la maggior parte dei compiti di linguaggio naturale, e gli investimenti di trilioni non garantiscono miglioramenti sostanziali.
Spesso, “è più efficace impiegare conoscenza locale e modelli a peso aperto, senza dover ricorrere a infrastrutture gigantesche”.
Conclusioni: un invito alla sobrietà
Il messaggio di Michael I. Jordan è chiaro: la comunità scientifica deve ritornare a un approccio pragmatico, basato su ingegneria solida e applicazioni concrete, piuttosto che alimentare scenari apocalittici o esibizioni moralevoli. Solo così l’intelligenza artificiale potrà avanzare in modo responsabile, senza cadere vittima di hype e panico.