Il contesto della conferenza Disinfo2026

Disinfo2026, organizzata dall’EU Disinfo Lab, è uno dei più importanti ritrovi annuali per ricercatori, giornalisti, tecnologi e decisori pubblici impegnati nella lotta alla disinformazione. L’evento si è svolto a Vilnius il 7 e l’8 ottobre 2026, riunendo esperti da tutta Europa e da paesi terzi per condividere metodologie, dati e strategie operative.

La rimozione dei loghi: cosa è successo

Nel materiale ufficiale della conferenza, il programma iniziale mostrava i loghi del Canada, della Lituania e del Servizio europeo per l’azione esterna (EEAS). Durante la registrazione dei partecipanti, giornalisti del Guardian hanno notato la loro scomparsa, accompagnata da una foto che mostrava il programma senza i riferimenti visivi. A pochi giorni dall’evento, i tre soggetti hanno formalmente richiesto la rimozione dei propri loghi, che è stata effettivamente realizzata.

Chi ha chiesto il ritiro

Le pressioni degli Stati Uniti

Secondo il Guardian, dietro le cancellazioni non c’è l’intervento dei soliti sospetti, ma la pressione dell’amministrazione di un Paese alleato dell’UE, cioè gli Stati Uniti. Il portavoce dell’UE, Christian Wigand, ha riferito a Euronews che alcuni dibattiti non erano in linea con la visione europea, senza specificare quali parti fossero contestate. Il panel incriminato si intitolava “USA as a FIMI threat: acknowledge, adapt, push back”, un titolo che gli USA avrebbero ritenuto inappropriato per un alleato.

Come è avvenuto il contatto

Il Guardian ricostruisce che il Dipartimento di Stato americano abbia contattato diversi governi europei, contestando l’inquadramento degli Stati Uniti come minaccia FIMI e osservando che tale termine è solitamente riservato a paesi considerati ostili. La pressione sarebbe stata esercitata tramite canali diplomatici, senza che Washington abbia pubblicamente denunciato la decisione dell’UE.

Reazioni dell’Unione europea

Nel briefing dell’8 ottobre, Christian Wigand ha motivato la rimozione dei loghi con una “formulazione del programma non allineata alle posizioni dell’UE”. Non ha indicato i passaggi specifici contestati né ha smentito i contatti con Washington, ma ha precisato che il sostegno era stato “ricalibrato” e che la decisione riguardava esclusivamente il logo.

Nathalie Loiseau, presidente della commissione speciale del Parlamento europeo sul Democracy Shield, ha sostenuto che l’analisi FIMI debba essere “country‑agnostic”, cioè indipendente dal Paese di origine. Altri eurodeputati, però, hanno difeso la scelta, argomentando che la priorità dell’Unione è contrastare le campagne FIMI attribuite a Russia e a altri attori ostili, non a alleati.

Il modello FIMI nell’UE

Secondo la definizione europea, la FIMI (Foreign Influence and Manipulation Initiative) è un modello di comportamento intenzionale, coordinato e manipolatorio, capace di danneggiare valori e processi politici. Il metodo comprende tattiche, reti, proxy, occultamento e amplificazione, non limitandosi alla mera falsità di un contenuto. La disinformazione è solo un aspetto della strategia FIMI; i due concetti non coincidono.

Dati sul fenomeno FIMI

Il rapporto avverte che il campione non è esaustivo, ma i numeri confermano la priorità operativa dell’UE nei confronti di Russia e Cina, senza giustificare l’esclusione preventiva di altri attori.

European Democracy Shield e le sue ambizioni

L’European Democracy Shield prevede la creazione di un Centro europeo per la resilienza democratica, un sistema di allerta più coordinato e una piattaforma per società civile, ricercatori, fact‑checker e media. L’obiettivo è garantire che la difesa dello spazio informativo rimanga democraticamente controllata, evitando di trasformare la lista degli attori in un semplice elenco di “buoni” e “cattivi”.

Conflitto di visioni: USA vs UE

La National Security Strategy statunitense elenca tra le minacce alla sovranità americana i tentativi stranieri di censurare il discorso pubblico negli Stati Uniti. Washington interpreta il Digital Services Act, la moderazione delle piattaforme e il contrasto alla disinformazione attraverso la lente della libertà di espressione, talvolta in contrasto con la prospettiva europea, che vede piattaforme, algoritmi e reti coordinate come rischi sistemici per la democrazia.

Nel settembre 2026, il Parlamento europeo ha chiesto la piena applicazione del DSA e ha definito il controllo straniero delle infrastrutture digitali – in particolare il predominio delle big tech statunitensi – un rischio elevato per democrazia, sicurezza e competitività.

Prospettive future e domande aperte

Il caso di Vilnius solleva interrogativi fondamentali: è possibile costruire istituzioni capaci di esaminare anche un alleato senza pregiudicare la neutralità analitica? Come si può evitare che le categorie di “minaccia” vengano piegate a convenienze diplomatiche? La risposta sembra risiedere in meccanismi di trasparenza, revisione indipendente e nella volontà di mantenere il focus su evidenze concrete anziché su pressioni politiche.

Conclusioni

La rimozione dei loghi di Canada, Lituania ed EEAS da Disinfo2026 è più di un semplice atto di diplomazia; è un segnale di come le dinamiche di potere tra alleati possano influenzare la definizione delle minacce informatiche. Per l’UE, il vero test del European Democracy Shield sarà la capacità di mantenere un approccio “country‑agnostic” anche quando le pressioni provengono da Washington. Solo così la difesa dello spazio informativo potrà rimanere davvero democratica, basata su fatti e non su alleanze mutevoli.