Un panorama di adozione accelerata e formazione carente
L’intelligenza artificiale non sta cambiando soltanto il modo in cui lavoriamo, ma anche le regole con cui vengono misurate performance e competenze. In questo scenario, la formazione smette di essere solo una funzione HR e diventa una leva strategica per la competitività.
Secondo l’ultima ricerca di Boston Consulting Group, il 74 % dei dipendenti utilizza regolarmente strumenti di AI. L’indagine AI at Work, condotta su quasi 12 000 lavoratori in oltre 12 mercati, evidenzia però un paradosso: mentre l’adozione dell’AI accelera, molte organizzazioni non hanno ancora creato le condizioni perché questa generi un reale vantaggio competitivo.
Il 72 % degli intervistati afferma che le competenze richieste dal proprio lavoro sono cambiate, ma solo il 36 % ritiene di aver ricevuto una formazione adeguata. Inoltre, appena un dipendente su tre considera chiare le indicazioni del management sull’AI e solo il 28 % vede coerenza tra ciò che i vertici dichiarano e ciò che l’azienda mette in pratica.
Gli errori più comuni nella gestione dell’AI
«L’errore più comune è partire dai tool», spiega Sara Bonfioli, Cro e Academy Director della Digital Academy di Talent Garden. «Si distribuiscono le licenze, si dà per scontato che usare l’AI significhi aprire Claude o ChatGPT e si salta completamente la formazione di base.
L’altro errore è pensare di risolvere tutto con la nomina di un Chief AI Officer: presidiare il tema serve, ma se la trasformazione vive in un ruolo, il resto del management si deresponsabilizza».
Le iniziative accademiche e aziendali per colmare il divario
Da ottobre Talent Garden ha lanciato, insieme all’Università telematica internazionale Uninettuno, il primo Executive MBA in Italia in AI Transformation & Strategy. «Chi ha già competenze manageriali solide fa un salto di qualità enorme quando capisce come l’AI si stratifica dentro l’impresa. Servono persone che siano il motore del cambiamento».
Nella Cuoa Business School l’offerta dedicata all’intelligenza artificiale è trasversale e si sviluppa su più livelli. Il direttore generale Giuseppe Caldiera sottolinea: «La domanda da parte delle imprese non è semplicemente tecnica, ma anche organizzativa: occorre comprendere come l’AI possa generare valore e integrarla nei processi con visione e consapevolezza». La priorità oggi non è la tecnologia in sé, ma la capacità di governare l’impatto, integrando gli strumenti in modo coerente con la strategia aziendale.
Esempi di academy aziendali
- Brembo Academy: forma i dipendenti alle sfide dell’industria 4.0, includendo percorsi dedicati all’AI, alla digitalizzazione dei processi e all’innovazione manifatturiera.
- Comau Academy: promuove programmi di upskilling e reskilling orientati alla trasformazione digitale 5.0, con attenzione all’integrazione tra robotica avanzata, automazione e intelligenza artificiale.
- Enel (in partnership con Edflex): ha integrato contenuti digitali personalizzati nella piattaforma eDucation, raggiungendo 70 000 dipendenti.
- Leonardo (con Microsoft Italia): programma Digital Horizon per formare 50 000 dipendenti sull’AI e sulle nuove tecnologie.
- Fincantieri: accordo con il MIT per offrire ai dipendenti programmi di formazione avanzata sull’AI.
Le evidenze di studi internazionali
L’indagine EY Work Reimagined, che ha coinvolto 15 000 dipendenti e 1 500 datori di lavoro in 29 Paesi, rivela che solo il 12 % riceve una formazione adeguata. Kim Billeter, responsabile globale per le risorse umane di EY Americas People Consulting, afferma: «L’intelligenza artificiale è ovunque, ma le aziende sembrano non sfruttarne appieno il potenziale». Il problema non è tecnologico o finanziario, ma culturale e formativo.
Il Forum AI.DEA – Varignana, promosso da Confindustria e Nomisma, è nato per evitare un’Italia “a due velocità”. Emanuele Orsini, presidente di Confindustria, sottolinea che l’adozione dell’AI è raddoppiata in un anno, dall’8,2 % al 16,4 %, ma resta sotto la media europea. Quasi il 60 % delle aziende che non hanno investito in AI cita la mancanza di competenze interne come principale ostacolo.
Il ruolo della leadership
«La competenza che serve più di tutte è saper tenere l’attenzione dove la macchina non arriva», prosegue Bonfioli. «La seconda è saper gestire la paura, perché le persone temono di diventare irrilevanti, ma temono ancora di più che qualcuno decida di automatizzare il loro lavoro.
Se dovessi assumere un manager, una domanda che farei sarebbe: “Come pensi di gestire un agente AI di cui sei il manager?”».
Osservatori e previsioni sul futuro della formazione
L’Osservatorio “Pronti a competere?” realizzato da Lenovo con il Comitato Triregionale dei Giovani Imprenditori di Confindustria rivela che l’82,4 % delle aziende ritiene di non disporre delle skill necessarie per sfruttare appieno il potenziale della tecnologia. Il 67,5 % prevede che l’AI diventerà decisiva per la competitività entro i prossimi tre anni, ma solo il 18,7 % la utilizza in modo strutturato nei propri processi.
Per Accenture, il vero salto di qualità arriverà quando formazione e lavoro diventeranno un processo continuo, in cui persone e intelligenza artificiale si evolveranno insieme. Nel 2024 la multinazionale ha lanciato in Italia LearnVantage, piattaforma di apprendimento potenziata dall’AI, sostenuta da un piano di investimenti globale di oltre un miliardo di dollari nei prossimi tre anni.
Le nuove aspettative dei lavoratori
Oggi i dipendenti chiedono un apprendimento personalizzato, con coaching in tempo reale e feedback costanti. Bonfioli osserva che l’AI sta entrando prima e più rapidamente in settori come banking, finanza e assicurazioni, seguiti da telco, pharma, retail e moda. Il divario più grande, tuttavia, è dove l’infrastruttura digitale non è mai stata presente, lasciando molte PMI in una posizione di svantaggio competitivo.
Conclusioni: verso una formazione integrata e strategica
Il divario tra adozione dell’AI e sviluppo delle competenze è ormai evidente e rischia di allargarsi se non si interviene con politiche di learning strutturate, supportate da una leadership consapevole. Le iniziative di grandi gruppi industriali dimostrano che è possibile creare percorsi di upskilling efficaci, ma è necessario estendere questi modelli anche alle PMI.
Solo un approccio che coniughi tecnologia, strategia aziendale e cultura dell’apprendimento potrà garantire che l’AI non sia solo un “tool” distribuito, ma una vera leva di trasformazione competitiva per l’intero sistema produttivo italiano.