La crisi di Hormuz riaccende il tema della sicurezza energetica e mostra i limiti della dipendenza da gas e petrolio. Per l’Italia, il fotovoltaico diventa una leva strategica per ridurre bollette, rischi geopolitici ed emissioni, accelerando sulle rinnovabili.

Chi si crede alla moda, afferma che il grande vincitore nei mercati energetici della nuova guerra del Golfo sarà il carbone. Questo combustibile, protagonista della rivoluzione industriale, non solo fumoso ma il peggiore dal punto di vista dei cambiamenti climatici e della qualità dell’aria, sta effettivamente vivendo un momento di gloria. Soprattutto in Paesi come l’India, che ne possiedono grandi riserve e importano anche grandi quantità di gas naturale liquefatto (GNL).

Tuttavia, nonostante velleitarie ambizioni, la chiusura dello Stretto di Hormuz non farà la fortuna del carbone, invece potrebbe imprimere un reale impulso proprio al suo contraltare, l’energia pulita, e in particolare favorire l’energia solare. Il crollo dei costi delle energie rinnovabili stava rendendo i combustibili fossili meno competitivi in molte parti del mondo, già prima dei bombardamenti da parte di Usa e Israele ai danni dell’Iran alla fine di febbraio.

“Con la chiusura dello Stretto di Hormuz è diventato evidente ciò che avrebbe dovuto essere chiaro da sempre: la dipendenza energetica di (quasi) tutto il mondo da quei paesi produttori di petrolio e gas”, commenta Francesco Ferrante, vicepresidente del Kyoto Club. “La crisi energetica che stiamo vivendo è l'ennesima in pochi decenni, ma è una crisi molto più profonda di quello che possiamo immaginare”, aggiunge Simone Molteni, direttore scientifico di LifeGate.

Ora due nuovi rapporti mostrano esattamente quanto il fotovoltaico potrebbe trarre beneficio dalla guerra in Iran. Nelle capitali di tutto il mondo che soffrono i postumi dell’ubriacatura fossile e non raggiungono la sicurezza energetica, lo scorso 20 aprile è giunta la pubblicazione della “Global Energy Review” annuale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE), il club di grandi Paesi consumatori di petrolio.

Secondo l’AIE, lo scorso anno il solare fotovoltaico ha soddisfatto oltre il 25% della nuova domanda mondiale di energia (compresa la produzione di elettricità e i trasporti), superando il gas naturale, che si arresta al 17%. Solo l’Italia sfiora la quota più elevata a livello globale del costoso (e geopoliticamente pericoloso) gas nel mix energetico. Infatti la produzione solare in Germania (e non nelle isole soleggiate del Mediterraneo) è più alta dell’Italia, pro capite nel mix elettrico.

“Non solo c’è un rincaro di prezzi, il problema è la disponibilità eccetera. Ma c’è anche la frustrazione di vivere in un Paese che potrebbe avere molta più energia prodotta da fonti rinnovabili”, avverte Simone Molteni.

Due rapporti rivelano i dati chiave

Il secondo rapporto, pubblicato il 21 aprile dall’istituto di ricerca Ember, si focalizza sui mercati dell’energia elettrica. Anche questa indagine mette in luce alcuni risultati da record. Nel 2025, per la prima volta in assoluto, la nuova produzione da fonti rinnovabili ha superato l’aumento della domanda globale di energia elettrica.

Per la quarta volta in questo secolo, i combustibili fossili hanno prodotto meno energia rispetto all’anno precedente.

La guerra di Trump fa il bene di Pechino

“I più colpiti dalla chiusura dello Stretto di Hormuz sono stati i Paesi asiatici, ma la crisi si è sentita subito anche in Europa e persino quei Paesi come gli Usa che sono diventati ormai esportatori di fossili, ne hanno subito le salate conseguenze a causa dell’esplosione dei prezzi”, sottolinea Francesco Ferrante: “E così, per l’eterogenesi dei fini, la guerra di Trump sta facendo il bene del rivale più potente degli Usa: la Cina che, padrona delle tecnologie green si trova un’autostrada davanti per espandere la propria influenza. Infatti è evidente che l’unico modo per liberarsi da quella dipendenza tossica è il ricorso alle rinnovabili che, grazie all’innovazione tecnologica, sono diventate anche convenienti e che quindi attraggono sempre più investimenti in tutto il mondo.”

I prezzi dell’energia solare stanno precipitando. Il costo «livellato» dell’energia solare, che combina i costi di capitale e di esercizio (ma non tiene conto dei «costi di sistema» imposti dall’intermittenza delle energie rinnovabili), è crollato di circa il 90% dal 2010.

Se il basso costo e le basse emissioni di carbonio non fossero un argomento sufficiente, le crisi energetiche come quella attualmente in corso ne forniscono un altro. In un mondo sempre più frammentato, l’energia pulita offre infatti una certa sicurezza energetica.

Una volta installati, i pannelli solari e le turbine eoliche funzionano indipendentemente dai disordini geopolitici. Rimangono dipendenti solo dalle condizioni meteorologiche, ma ci sono gli stoccaggi per ovviare all’intermittenza.

Poi, è vero che la loro produzione richiede terre rare (di cui la Cina detiene il monopolio di raffinazione). Inoltre, Pechino è il maggior produttore di pannelli fotovoltaici e turbine.

Bruxelles e la produzione in casa

Ma proprio per conseguire l’autonomia strategica, di cui Bruxelles parla con convinzione, sarebbe l’ora di tornare a produrre nel Vecchio continente le tecnologie per generare le rinnovabili di cui abbiamo urgente necessità.

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