Il rapporto Country profile Italy stilato dall’European Innovation Scoreboard 2026 fornisce una traccia chiara del processo di transizione digitale in corso nel nostro Paese. L’Italia, che nel 2026 raggiunge l’indicatore di performance all’innovazione del 96,2% rispetto alla media Ue, mostra un costante miglioramento: +15 punti da fine 2019 e +5 soltanto nell’ultimo anno. Nonostante i progressi, però, la strada verso il riconoscimento di “strong innovator” si presenta ancora accidentata. L’Italia è classificata nel gruppo dei “moderate innovators”, con problematiche legate all’ambiente digitale, all’imprenditorialità e alla ricerca scientifica.

Un ruolo crescente del cloud computing

Il cloud computing sta assumendo un ruolo sempre più cruciale nell’innovazione del Paese. Secondo il Rapporto, il settore cloud italiano ha registrato un incremento del 22% nel 2026, grazie a iniziative pubbliche e private orientate all’efficienza operativa e alla sostenibilità. Il governo, ad esempio, ha avviato il programma “Cloud Nation 2030”, con l’obiettivo di raggiungere il 100% di digitalizzazione del servizio pubblico entro il 2030. Numerosi enti locali hanno già migrato i propri sistemi informatici al cloud, con un risparmio annuo stimato intorno a 400 milioni di euro. In ambito privato, aziende come Eni e Leonardo hanno accelerato il processo di trasformazione digitale basata su tecnologie cloud-native.

Le criticità che frenano il salto qualitativo

Tuttavia, persistono criticità strutturali. Manca un numero adeguato di specialisti ICT, con una percentuale di laureati in informatica che si attesta intorno a 3 punti percentuali rispetto al 9% della media Ue. Secondo l’Osservatorio del Politecnico di Milano, ci saranno 150.000 posti IT vacanti nel 2030, in assenza di interventi mirati. In aggiunta, l’Italia investe solo il 1,57% del PIL in ricerca e sviluppo rispetto al 2,7% medio Ue: un divario che compromette sia l’autonomia tecnologica che la competitività internazionale.

Investimenti privati in ritardo rispetto alla media

Un altro nodo strutturale riguarda il supporto finanziario privato. L’Italia spende il 58% della media Ue in infrastrutture tecnologiche, un valore che penalizza lo sviluppo del settore high-tech. Soltanto il 12% delle PMI ha introdotto soluzioni basate sull’intelligenza artificiale o sull’Internet of Things, rispetto al 30% delle imprese francesi. “Senza investimenti privati massicci, si perderà un importante vantaggio competitivo”, sottolinea Federica Meta, direttrice del testata CorCom.

Opportunità e iniziative a supporto

Le opportunità di innovazione, tuttavia, non mancano. Il piano Next Generation EU mette a disposizione 42 miliardi di euro per il 2026-2027, concentrati in tecnologie emergenti come l’AI, il 5G e cybersecurity. La Regione Veneto, ad esempio, ha lanciato il bando “Tech4Future”, incentivo per PMI digitali con agevolazioni fino al 70% per l’acquisto di tecnologie cloud. La Regione Puglia, invece, ha stanziato 250 milioni di euro per l’istruzione tecnica digitale, con corsi finanziati per 5.000 giovani in tecnologie cloud-oriented.

Strategie da adottare per un’accelerazione

Per raggiungere il livello di “strong innovator”, alcune strategie si impongono. Primo,

Un futuro digitale a portata d’Italia

In sintesi, l’Italia si trova su un binario positivo nell'innovazione ma richiede interventi tempestivi e mirati per superare le distanze rispetto ai paesi leader. Le infrastrutture, la ricerca e l’educazione tecnologica saranno i motori del decollo. Se da un lato l’adozione di cloud e AI mostra una crescita sostenuta, dall'altro l’assenza di know-how e lentezza nella digitalizzazione delle imprese mantengono il Paese in una transizione non ancora conclusa. Ma con una visione lungimirante e investimenti mirati, il salto verso una leadership europea è alla portata.