Il fondatore del DIGEAT Festival 2026, Andrea Lisi, ha dedicato l’intera edizione a una riflessione profonda sui rischi legati alla rapida diffusione dei sistemi di intelligenza artificiale generativa. In un contesto in cui le macchine stanno trasformando lavoro, professioni e rapporto tra cittadini e tecnologia, Lisi sottolinea l’urgenza di “rendere consapevoli gli esseri umani” prima di tentare di regolare gli algoritmi.

Il ruolo interdisciplinare del DIGEAT Festival

Il DIGEAT Festival nasce come luogo di confronto interdisciplinare sul digitale, con l’obiettivo di mettere al tavolo competenze tecnologiche, giuridiche, economiche e sociali. Come spiega Lisi, il digitale non è più un settore specialistico ma l’ambiente in cui esercitiamo diritti, lavoriamo, produciamo valore e prendiamo decisioni. Nessuna disciplina può più interpretarlo da sola.

Un sistema di intelligenza artificiale è tecnologia, ma incide anche su:

Se ogni attore osserva solo il frammento relativo alla propria competenza, la visione dell’intero sistema si perde. Il festival, quindi, offre quattro giorni di formazione, divulgazione e confronto per creare contaminazione e persino dissenso, ritenuto fondamentale per far emergere le domande migliori.

La sfida delle intelligenze umane

Lisi afferma che nessuna disciplina possiede più da sola tutte le chiavi per interpretare il presente digitale. La vera sfida, secondo lui, è rispondere alla crescente complessità tecnologica non con nuove semplificazioni intellettuali, ma con intelligenze umane capaci di lavorare insieme, superando i reciproci steccati professionali.

Rischi di una regolazione tardiva e di un’assuefazione collettiva

Alla domanda su quale sia il rischio maggiore della diffusione dell’IA, Lisi individua tre pericoli:

Le grandi aziende conoscono la potenza economica dei sistemi che sviluppano, ma chi li utilizza quotidianamente spesso non ne comprende pienamente gli effetti, affidando dati, processi decisionali e capacità creative a strumenti percepiti come neutrali o inevitabili. Questo porta a una dipendenza culturale che rende le persone meno critiche verso le logiche, i dati e gli interessi alla base delle tecnologie.

Il ruolo del diritto e la “bulimia normativa”

Il diritto, spiega Lisi, fatica a muoversi alla velocità dell’innovazione e non dovrebbe necessariamente correre dietro al progresso. Evidenzia una “bulimia normativa” nella legislazione italiana ed europea, dove si sovrappongono GDPR, AI Act, NIS2, eIDAS, Data Act e altri atti. L’autore sostiene che servono regole, ma soprattutto persone e organizzazioni capaci di comprenderle e tradurle in buona governance.

La dimensione culturale dell’IA

I sistemi generativi sono ormai parte della quotidianità di milioni di persone. Lisi avverte contro l’antropomorfizzazione dell’IA, che porta a considerare le macchine come soggetti autonomi, “che pensano, decidono, mentono”. Dietro ogni algoritmo ci sono dati, modelli, infrastrutture, interessi economici e poteri pubblici. Rischiamo così di dersponsabilizzare gli esseri umani che le progettano, distribuiscono e usano.

Il tema dell’edizione 2026, “Io, Umano. Giorni di un futuro passato”, pone una domanda scomoda: stiamo progettando tecnologie a misura d’uomo o stiamo adattando l’uomo alle logiche delle macchine? Lisi afferma che il futuro non dipende solo dalla velocità della regolazione, ma dalla capacità di non delegare alla tecnologia il compito di definire il futuro desiderato.

Compliance digitale: oltre la burocrazia

Protezione dei dati, cybersecurity, identità digitale, archivi e IA sono temi strettamente intrecciati. Lisi critica la vecchia concezione di compliance digitale, che si riduce a fascicoli di informative, valutazioni d’impatto e policy formali. In realtà, GDPR, cybersecurity, AI Act, identità digitali, firme elettroniche e gestione documentale rappresentano aspetti diversi degli stessi processi organizzativi.

Gestire questi ambiti in compartimenti stagni moltiplica gli adempimenti e, paradossalmente, fa perdere il controllo del rischio. La soluzione proposta è la creazione di team multidisciplinari veri:

Questi dialoghi non devono essere episodici ma parte integrante del governo della trasformazione digitale.

Parole chiave per una trasformazione digitale di qualità

Lisi individua alcune parole chiave che determineranno la qualità della trasformazione digitale:

Con l’aumento della capacità di generare testi, immagini, voci e contenuti verosimili, la necessità di ricostruire fonti, responsabilità e provenienza delle informazioni diventa cruciale. È il paradosso su cui il festival lavora da tempo: più cresce la capacità di simulare la realtà, più aumenta il bisogno sociale e giuridico di documentarla in modo affidabile.

Verso una vera compliance

La vera compliance, secondo Lisi, non consiste nel collezionare adempimenti, ma nel rendere le organizzazioni capaci di governare in modo integrato e responsabile i processi di dati, sicurezza e IA. Solo così potremo garantire che l’intelligenza artificiale rimanga uno strumento al servizio dell’uomo, senza perdere il controllo su chi la dirige e su quali valori la guidano.