Il China shock 2.0 entra nel cuore della manifattura europea. Il nuovo deficit tedesco verso la Cina nei comparti avanzati mostra che la competizione non riguarda più solo produzioni mature, ma filiere tecnologiche, standard industriali e capacità di politica economica. Questo svolta non è una previsione, ma un dato reale evidenziato dal soldo commerciale. Nei comparti HS 84-90, che comprendono macchinari, apparecchiature elettriche, veicoli, strumenti ottici e apparecchi di precisione, la Germania ha costruito per decenni una parte essenziale della propria rendita industriale.
In questo perimetro, verso la Cina, il saldo tedesco sfiorava i 32 miliardi di euro a metà 2021, riferendosi al dato calcolato come somma mobile a dodici mesi. A partire da ottobre 2025, il surplus tedesco diventa deficit e a aprile 2026 sfonda in un passivo di 7,9 miliardi di euro. La soglia, però, presenta una rilevanza politica più che statistica. Il rapporto tra Berlino e Pechino non si fonda più sulla complementarità che aveva sostenuto la globalizzazione tedesca: domanda cinese, scala asiatica, tecnologia e beni capitali tedeschi. Quella complementarità si sta trasformando in sovrapposizione competitiva.
Come funziona la competizione diretta
La Cina non acquista soltanto macchine, componenti e automobili europee. Le produce, le scala e le esporta e ne contesta i margini nei mercati terzi e europei. Questo è l’effetto concreto del China shock 2.0, che non coinvolge le produzioni mature, ma filiere avanzate. Macchinari, automotive, batterie, elettronica industriale, chimica, robotica, strumenti di precisione e tecnologie verdi sono i comparti direttamente interessati. Il secondo “shock” non agisce ai margini della specializzazione europea. Colpisce al suo centro.
In questa cornice, la manifattura, a lungo considerata un residuo del passato industriale, riacquista un ruolo centrale nelle politiche europee. L’Industrial Accelerator Act, presentato dalla Commissione europea nel marzo 2026, fissa l’obiettivo di aumentare la quota della manifattura sul PIL dell’Unione dal 14,3% del 2024 al 20% entro il 2035. Lo strumento punta a preferenze mirate per prodotti low-carbon e Made in EU, accelerazione normativa, domanda pubblica strategica e condizioni più severe per investimenti stranieri in settori sensibili.
Un obiettivo ambizioso o realistico?
La direzione è corretta: spostare la politica industriale europea dalla sola regolazione alla costruzione di domanda, capacità e resilienza. Il livello del 20% è un target politico potente, che segnala che l’Europa non vuole accettare passivamente la perdita della propria base produttiva. Tuttavia, è meno convincente come obiettivo strettamente economico, perché misura il peso della manifattura dentro il PIL europeo e non il posizionamento dell’UE nella gerarchia manifatturiera globale.
Una trasformazione strutturale del sistema produttivo
La nuova retorica sulla manifattura deve fare i conti con una trasformazione strutturale dei sistemi produttivi. Secondo i World Development Indicators della Banca mondiale, il valore aggiunto manifatturiero globale è sceso dal 19,2% del PIL mondiale nel 1997 al 15,0% nel 2024. La riduzione non indica soltanto deindustrializzazione, ma il cambio modale tra economie avanzate e produzioni industriali.
Due leggi sembrano guidare questa evoluzione: la legge di Engel e l’effetto Baumol. La prima illustra il fatto che con il crescere del reddito, la quota di spesa destinata ai beni materiali tende a ridursi, lasciando spazio a servizi come salute, formazione, mobilità, finanza, software o intelligenza artificiale. La seconda indica che la manifattura migliora la produttività molto più rapidamente di molti servizi, comprimendo i prezzi relativi dei beni industriali, rendendo il peso manifatturiero sul PIL inferiore persino quando la produzione fisica e la tecnologia mantengono un ruolo cruciale.
Il valore del servizio incorporato
C’è poi un elemento chiave: un crescente valore legato al prodotto fisico non viene calcolato come manifattura. La ricerca, la progettazione, il software industriale, il cloud computing, la cyber-sicurezza, la manutenzione predittiva, le piattaforme digitali e l’intelligenza artificiale sono servizi avanzati ma determinano il potere competitivo del prodotto fisico. Difendere solo la manifattura, senza tenere in considerazione questa integrazione, significa proteggere l'involucro e trascurare il nucleo del valore.
La sfida globale e il confronto con la Cina
Nel 2024 la Cina genera il 28% del valore aggiunto manifatturiero globale. L’Unione europea, con il 16,8%, è ancora lontana da questo livello. La Germania, con il 5,1%, e l’Italia, con il 2,1%, conservano una posizione importante ma non dominante. Tra il 2010 e il 2024 la Cina ha progressivamente consolidato una scala manifatturiera superiore a quella dell’UE, spostandosi strategicamente verso comparti a maggiore contenuto tecnologico.
Pechino ha capito che la partita non si vince semplicemente aumentando la produzione, ma controllando la composizione. Batterie, veicoli elettrici, fotovoltaico, macchine industriali, elettronica, robotica e digitalizzazione sono i filoni chiave che stanno definendo una nuova manifattura globalizzata. Il China shock 2.0 non si limita a una sostituzione delle esportazioni europee. Si fonda su una combinazione di produzione, finanziamenti, domanda interna e politica industriale focalizzata verso quei settori che l’Europa ritiene il proprio spazio di vantaggio naturale.
La posizione italiana ed i rischi
L’Italia entra in questa fase da una posizione più debole rispetto alla Germania. Nei comparti HS 84-90, il saldo bilaterale verso la Cina è negativo da oltre un decennio e ha raggiunto un passivo di 20,6 miliardi di euro nei dodici mesi ad aprile 2026. Il dato non colpisce solo il campione tedesco, ma riguarda direttamente il perimetro della meccanica, dell’automazione, della componentistica e dei beni strumentali in cui l’Italia conserva una posizione di rilie