Gli esperti hanno espresso forti dubbi riguardo all’obbligo di stop delle antiche rete telefoniche in rame, fissato inizialmente per il 2035 come parte del Digital Networks Act europeo. Il BEREC, il corpo europeo che supervisiona il settore delle telecomunicazioni, ha recentemente espresso critiche su questa scadenza, sostenendo che un piano così rigido potrebbe non solo essere sproporzionato rispetto alla situazione nazionale, ma anche danneggiare aree intere del paese in cui l’infrastruttura in fibra non è ancora completa.

La transizione tra promessa e realtà

Il passaggio dal sistema tradizionale in rame alla rete in fibra ottica rappresenta un passo fondamentale per garantire velocità di rete più elevate e maggiore capacità di banda. Tuttavia, l’attuazione di questa transizione richiede una pianificazione precisa, soprattutto per paesi come l'Italia, dove la copertura in fibra risulta ancora incompleta. Secondo il BEREC, fissare una data rigida come il 2035 potrebbe risultare troppo accelerata per alcune regioni, specialmente a sud e in aree rurali.

Le reti in fibra, infatti, non arrivano a tutte le persone nello stesso momento: il Digital Competence Index mostra come la disponibilità della rete 1 Gbps e soprattutto la sua adozione siano molto disomogenee a livello nazionale. E se si chiudono le reti legacy prima che le alternative siano disponibili, un numero considerevole di nuclei familiari potrebbe rimanere senza alcun tipo di connessione fissa.

I rischi di interruzioni e blackout

Uno dei punti principali sollevati dagli esperti riguarda il rischio che, in alcune aree, lo spostamento verso la fibra non riesca a completarsi in tempo. Senza un piano di continuità adeguato, alcune zone potrebbero rimettersi in rete fissa solo anni dopo, compromettendo il piano di espansione. Si rischierebbe di penalizzare cittadini già svantaggiati nell’accesso alle tecnologie moderne.

Inoltre, lo switch off potrebbe generare interruzioni per periodi significativi. Questo non riguarda solo la telefonia, ma anche la connessione a Internet, che per molti utenti dipende ancora da reti in rame. Il BEREC ritiene che il cambio non debba essere affrontato in maniera meccanica, ma dover rispettare il ritmo delle infrastrutture e il grado di digitalizzazione delle singole regioni.

Un modello differenziato come soluzione

La soluzione proposta dagli esperti del BEREC prevede una scadenza più flessibile, spostandola dal 2035 al 2030, e addirittura al 2042 negli ultimi anni di fase fuori servizio. L’idea principale è quella di adottare un approccio modulare: in base alla concentrazione di nuovi impianti in fibra negli ultimi anni, si potrebbe decidere se e quando chiudere l’infrastruttura obsoleta.

Gli esperti italiani del settore sottolineano che l’applicazione di un approccio territoriale differenziato permetterebbe di non penalizzare quelle aree dove i progressi nell'installazione delle nuove infrastrutture avvengono con maggiore lentezza. Così facendo, si garantirebbe un maggiore bilanciamento tra gli interventi tecnologici e i reali bisogni dei territori.

Che cosa dice la normativa

La direttiva Digitale Networks Act, adottata all’unanimità in Parlamento europeo, fissa i termini per la transizione e per la messa fuori servizio delle reti in rame. Gli articoli 53-61 del Dna sono al centro di questa discussione. Secondo il BEREC, tuttavia, l’applicazione uniforme e rigida del termine fissato non tiene conto dell'eterogeneità che caratterizza i vari paesi membri dell'UE.

Per il BEREC, è cruciale ridefinire una cornice regolamentare flessibile, che tenga conto delle diverse realtà locali, soprattutto in paesi come l’Italia dove l’infrastruttura di rete è fortemente disomogenea.

Strategie nazionali e ruolo dei fornitori

Il passaggio al nuovo modello richiede un piano chiaro da parte delle amministrazioni locali e nazionali, insieme alle cooperative di rete. Ogni paese dovrà stilare un piano di migrazione adatto alle proprie esigenze, ma che tenga sempre in considerazione le caratteristiche geografiche e demografiche.

I grandi player del mercato, come TIM, Vodafone e Fastweb, hanno cominciato a investire in infrastrutture, ma i lavori richiederanno anni per raggiungere aree come il Mezzogiorno. Gli esperti sottolineano che questi operatori dovrebbero collaborare con le autorità locali per garantire una crescita sostenibile della rete e non concentrare gli sforzi solo dove è già economicamente vantaggioso.

Un piano concretamente attuabile

Per rendere efficace la transizione dal rame senza compromettere i servizi essenziali, i regolatori suggeriscono una strategia graduale. Un approccio a fasi differenziate potrebbe permettere, ad esempio, di dismettere la rete in aree in cui la copertura in fibra è già almeno al 90%, lasciare la rete attiva in quelle intermedie e procrastinare la chiusura nel resto del territorio.

Un calendario articolato potrebbe anche introdurre misure di sostituzione temporanee, come il wireless ad alta capacità, per quelle aree dove la fibra non è in grado di essere attivata in tempo. Inoltre, finanziamenti dedicati dal governo potrebbero supportare la costruzione di nuove reti in aree meno servite.

Conclusione

La prospettiva di uno switch off obbligatorio entro il 2035, come proposto nell’originario piano europeo, rischia di causare interruzioni e aree senza rete in una fase cruciale per la digitalizzazione dell’economia italiana. Il BEREC ha evidenziato chiaramente che un approccio uniforme non è adatto per paesi con differenze territoriali significative. Prorogare al 2030 o al 2042, e adottare un piano differenziato, potrebbe rappresentare una soluzione concreta per continuare la transizione senza penalizzare i cittadini.

In sintesi, il tema del rame non è solo tecnologico, ma politico e sociale: richiede un piano regolatorio attento e un forte impegno da parte di industria, governo e società civile per garantire che nessuno resti indietro.