L’Iran ha ufficializzato una mossa inquietante nel panorama geopolitico digitale: il portavoce militare iraniano Ebrahim Zolfaghari ha dichiarato, su X, la volontà del governo di introdurre tariffe su tutti i cavi sottomarini che transiteranno nello Stretto di Hormuz. Un piano che, se approvato, rappresenterebbe una seria minaccia per l’economia digitale globale.

La decisione fa seguito a settimane di speculazioni riportate da media iraniani affiliati ai Guardiani della Rivoluzione, le agenzie di stampa Tasnim e Fars. Secondo queste fonti, il parlamento iraniano sta già dibattendo un progetto di legge che prevede l'introduzione di tre meccanismi: l’obbligo di ottenere licenze iniziali per gli operatori stranieri, versamenti annuali da parte delle principali società tecnologiche globali come Google, Microsoft, Meta, Amazon, e l’attribuzione esclusiva di tutte le opzioni di manutenzione e riparazione nell’area a enti iraniani.

Un potenziale business da 15 miliardi

La motivazione economica non è secondaria. Per Mostafa Taheri, membro della Commissione Industrie del Majles, il piano potrebbe generare una cifra che toccherebbe 15 miliardi di dollari. Alcune fonti iraniane, come Tasnim e Fars, suggeriscono inoltre che il governo di Teheran possa decidere di monitorare il traffico dati che scorre attraverso i cavi per ragioni di controllo e di sicurezza interna.

Cavi sottomarini e rotte strategiche

I cavi in questione sono un elemento centrale del sistema globale di comunicazione. Sette grandi cavi transcontinentali, tra cui il FALCON, il Gulf Bridge International (GBI) e porzioni del cavo Asia-Africa-Europe 1 (AAE-1), attraversano le acque iraniane o le loro immediate prossimità. Nonostante una parte sia posata vicino alla costa dell'Oman per evitare rischi geopolitici, l’Iran ha deciso di sfruttare questa sua posizione geografica per un controllo economico.

I rischi di interruzione

Il sistema digitale mondiale dipende in gran parte dai cavi sottomarini. Il traffico che passa per lo Stretto include servizi cloud, comunicazioni militari, sistemi di telemedicina e soprattutto il SWIFT, la rete che gestisce migliaia di transazioni finanziarie internazionali ogni istante. Una manovra come quella iraniana rischierebbe non solo di imporre costi economici alle grandi piattaforme tecnologiche o alle aziende che si servono dei cavi, ma addirittura di destabilizzare il sistema finanziario globale.

Se i costi di accesso aumenteranno, i grandi colossi tecnologici dovranno ripensare le rotte dei dati, creando ulteriori ritardi o costi operativi elevati. Gli effetti a cascata rischierebbero di colpire i data center dell'intelligenza artificiale, i servizi di trading ad alta frequenza e le infrastrutture critiche per la comunicazione mondiale.

I precedenti e le escalation

La scena non è affatto immaginaria; è già avvenuta due anni fa. Nello Stretto di Bab-el-Mandeb, i cavi sottomarini furono danneggiati e il risultato fu un degrado del traffico dati che coinvolse un quarto del flusso tra Asia ed Europa. L’incidente ha evidenziato quanto l’architettura digitale, per quanto resiliente, non sia immune a eventi occasionali. In quell’occasione, le riparazioni si protrassero per mesi a causa di una conflagrazione in corso nel Mar Rosso, guidata dagli Houthi e sostenuta indirettamente da Teheran.

Internet resiliente, ma con limiti

Nel caso di Bab-el-Mandeb, il flusso dati fu reindirizzato su rotte alternative, come il cavo SEA-ME-WE 5, con un aumento di latenza di alcuni millisecondi. Tuttavia, la perdita di alcuni canali ha generato un calo di performance rilevabile in servizi critici, come i pagamenti e l’accesso ai cloud. La lezione più significativa però riguarda la fase di riparazione: in una zona di conflitto, il rischio maggiore non è il taglio fisico dei cavi, ma l’impossibilità di ripararli.

Se l’Iran seguirà una logica simile ma legale – introducendo tariffe e restrizioni formali – la vulnerabilità del sistema digitale mondiale resterà comunque alta, ma con una complessità di gestione diversa e inaspettata.

La base giuridica del piano iraniano

Una caratteristica cruciale del piano di Teheran è la sua base legale. L’Iran cita la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), firmata nel 1982 ma mai ratificata. Questo è un punto importante: un trattato non ratificato, per definizione, non vincola un Paese al di fuori di accordi bilaterali. Inoltre, la base normativa della convenzione, la navigatio internationalis, prevede il transito libero di navi e aerei attraverso gli stretti, un regime che l’Iran sembra intenzionato a bypassare.

Allora, come giustifica l’Iran questa iniziativa? Il governo invoca la Convenzione di Ginevra del 1958, che prevede il regime del innocent passage, ovvero il passaggio inoffensivo, un regime più limitato e restrittivo, che però non ha mai previsto né l’introduzione di tassi né il controllo su cavi sottomarini.

Il punto sul diritto consuetudinario

L’Iran si considera un objector persistente rispetto alla norma emergente sulla navigazione internazionale. Per il governo di Teheran, la legge non può applicarsi a lui se ha espresso obiezioni costanti su qualsiasi nuovo regime. Questa è una posizione giuridica contestata, soprattutto da potenze navali come gli Stati Uniti.

Pur non essendo vincolante per Teheran, il comportamento della comunità internazionale nel canale di Corfù ha già stabilito precedenti importanti. Nel 1949, la Corte Internazionale di Giustizia ha respinto l’argomento avanzato dal Montenegro sul controllo dello Stretto, riconoscendo il transito libero come diritto fondamentale di tutti i Paesi.

I rischi globali

Le implicazioni del piano iraniano vanno ben al di là del controllo economico o di un conflitto regionale. L’esito potrebbe impattare su servizi di streaming, operazioni finanziarie in tempo reale, e la comunicazione tra governi. Lavorare su una rete che non è più neutrala potrebbe spingere alcune aziende a creare infrastrutture parallele in aree geograficamente diverse, in un contesto che già prevede nuove divisioni digitali.

Quali Paesi saranno colpiti?