Contesto giuridico e origine dell’intervento
Il diritto all’oblio, disciplinato dagli articoli 17 e 21 del Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR), non si limita a stabilire i presupposti per richiedere la rimozione di risultati nei motori di ricerca, ma comprende anche le modalità concrete con cui l’interessato può presentare la domanda. Fino a poco tempo fa, i moduli di Google non permettevano l’inclusione di documenti a supporto e le risposte di rifiuto erano spesso generiche, ostacolando l’effettiva tutela del soggetto interessato.
La decisione del Tribunale di Milano
Il 5 ottobre 2026, a seguito di un’azione inibitoria collettiva promossa da membri dell’associazione Algopolio e da altri ricorrenti, il Tribunale di Milano ha accolto la richiesta contro Google LLC, Google Ireland Limited e Google Italy S.r.l. La sentenza impone due interventi obbligatori, da attuare entro il 15 novembre 2026:
- Modifica della modulistica: gli utenti devono poter allegare documenti pertinenti a sostegno della loro domanda di deindicizzazione.
- Motivazione dei dinieghi: qualora Google decida di rifiutare la richiesta, la risposta deve essere esplicita e basata sui documenti presentati, così da garantire una comprensione immediata e efficace da parte dell’interessato.
Il provvedimento prevede inoltre una sanzione economica giornaliera per ogni giorno di ritardo nell’attuazione, la cui entità sarà precisata nel provvedimento definitivo.
Rilevanza della normativa europea
Tre sentenze della Corte di giustizia dell’Unione europea (CGUE) costituiscono il fondamento giurisprudenziale su cui si basa il provvedimento milanese:
- Google Spain, C‑131/12 (13 maggio 2014): il motore di ricerca è titolare del trattamento e può essere obbligato a deindicizzare collegamenti anche se la fonte originale è legittima.
- GC e altri, C‑136/17 (24 settembre 2019): il trattamento di dati sensibili o di informazioni penali richiede una valutazione specifica, tenendo conto della situazione attuale dell’interessato.
- TU e RE contro Google, C‑460/20 (8 dicembre 2022): chi chiede la rimozione per inesattezza deve fornire elementi probatori sufficienti, senza necessità di una decisione giudiziaria preventiva.
Queste pronunce sottolineano l’importanza di documentare in modo esaustivo la propria richiesta, poiché la valutazione di Google dovrà fondarsi su prove concrete.
Procedura di presentazione della domanda
Con l’adeguamento richiesto, gli utenti dovranno strutturare un fascicolo completo, comprensivo dei seguenti elementi:
- URL esatti dei risultati da deindicizzare, includendo eventuali varianti o ripubblicazioni.
- Nome dell’interessato e le query di ricerca che generano i risultati contestati.
- Motivazione dettagliata, collegata ai presupposti del GDPR (art. 17, par. 1, lett. c; art. 21, par. 1).
- Documenti pertinenti: sentenze, provvedimenti di archiviazione, rettifiche, decisioni del Garante o altri atti ufficiali.
- Elementi di bilanciamento: tempo trascorso dalla pubblicazione, ruolo pubblico dell’interessato, attualità dell’informazione e natura dei dati trattati.
Le conseguenze di un diniego non motivato
Un rifiuto che non affronta gli elementi specifici presentati dall’interessato potrà essere contestato sia sotto il profilo della validità della motivazione, sia per violazione dell’articolo 12 del GDPR, che impone un termine di risposta di un mese, prorogabile di altri due mesi per motivi di complessità. La proroga deve essere comunicata entro il primo mese e deve essere giustificata.
Nel caso di diniego, Google è tenuta a informare l’interessato dei motivi e a indicare la possibilità di presentare reclamo al Garante per la protezione dei dati personali (art. 77 GDPR) o di adire le vie giudiziarie (art. 79 GDPR).
L’azione inibitoria collettiva e il suo fondamento
L’azione è stata intentata ai sensi dell’articolo 840‑sexiesdecies c.p.c., introdotto dalla legge n. 31 del 2019, che consente di chiedere la cessazione o il divieto di condotte lesive di una pluralità di soggetti. Si differenzia dall’azione di classe (art. 840‑bis c.p.c.) perché l’obiettivo è correggere una procedura, non risarcire danni individuali.
Implicazioni pratiche per i professionisti
Per un avvocato o un consulente legale, la nuova procedura richiede di assistere il cliente nella raccolta e nella presentazione dei documenti richiesti, nonché nella verifica della completezza del fascicolo. È consigliabile conservare:
- La prova dell’invio (e‑mail di conferma, ricevuta di protocollazione).
- Il testo integrale della risposta di Google, anche se positiva.
- Una copia di tutti i documenti allegati.
Questa documentazione sarà fondamentale qualora fosse necessario ricorrere al Garante o al giudice.
Possibili scenari di esito
Il fatto che un documento, ad esempio una sentenza di assoluzione, sia allegato non garantisce automaticamente la deindicizzazione. Tuttavia, la sua presenza può pesare notevolmente nella valutazione, soprattutto se dimostra che i risultati di ricerca offrono una rappresentazione incompleta o non aggiornata della vicenda. Al contrario, richieste generiche, prive di URL o di motivazioni specifiche, rischiano di essere respinte per insufficienza di elementi probatori.
Conclusioni e prossimi passi
In attesa dell’attuazione delle modifiche entro il 15 novembre 2026, è consigliabile che gli utenti preparino già ora il proprio fascicolo, raccogliendo tutti i documenti pertinenti e redigendo una motivazione dettagliata. Nel frattempo, la decisione del Tribunale di Milano rappresenta un importante passo verso una maggiore trasparenza e rispetto del diritto all’oblio, imponendo a Google di rendere le proprie procedure più personalizzate e di fornire motivazioni chiare in caso di diniego.