Il 26 giugno 2025 il presidente Usa Donald Trump ha pubblicato un messaggio su Truth Social minacciando di imporre dazi del 100% su tutti i Paesi che applicano una Digital Services Tax alle aziende tecnologiche americane. La minaccia rappresenta una escalation nello scontro transatlantico, con l’Italia inclusa nella lista dei Paesi bersaglio. Questo scenario nasce da una complessa combinazione di questioni commerciali, fiscali e politiche, a cui i governi europei devono rispondere con attenzione.
Origine della minaccia
Il presidente Usa, condividendo il suo pensiero sulle piattaforme digitali, ha espressamente dichiarato che ogni Paese che tassa le aziende tecnologiche del Nord America sarà immediatamente colpito da dazi massicci. Questo rappresenta una svolta rispetto alle minacce precedenti, mirate principalmente alla Francia, ma estende la guerra a tutti i Paesi che hanno adottato questa forma di tassazione.
La tensione nasce da una situazione di squilibrio economico. Le grandi piattaforme Usa, come Google, Meta, Amazon e Apple, fatturano miliardi di euro in Europa, ma pagano tasse molto basse o quasi nulle in conseguenza dell’assenza di una sede fisica nel continente. Le politiche fiscali internazionali, ideate per un’economia industriale, non tengono conto del modello digitale basato su dati e interazioni globali.
Cosa è la Digital Services Tax
La Digital Services Tax (DST) è una tassa introdotta da diversi Stati europei per colmare il divario fiscale. Spesso con aliquote comprese tra il 2% e il 3%, essa mira a tassare quei ricavi generati dagli utenti locali, non importa dove siano fisicamente localizzati gli uffici principali dell’azienda.
Secondo la Tax Foundation, circa la metà dei Paesi europei dell’OCSE ha annunciato, proposto o implementato tale tassa. Fra i Paesi che l’hanno già adottata figurano Austria, Danimarca, Francia, Ungheria, Italia, Polonia, Portogallo, Spagna, Turchia e Regno Unito. Molti altri, tra cui Germania, Belgio e Repubblica Ceca, stanno considerando l’implementazione.
La reazione degli Stati Uniti
Per Washington il problema non sta solo nella tassazione in sé, ma nel fatto che tali misure colpiscano quasi esclusivamente le aziende tecnologiche statunitensi. Inoltre, per l’amministrazione Usa, il meccanismo della DST rappresenta uno strumento discriminatorio per danneggiare aziende Usa.
Nel maggio 2025, il Congresso Usa aveva approvato una maxi-legge fiscale chiamata One Big Beautiful Bill Act che includeva una specifica clausola, la Section 899, progettata per ritorsioni fiscali contro Paesi con DST in vigore. Secondo questa legge, gli Usa avrebbero potuto alzare progressivamente le aliquote fiscali su tutti i redditi generati in Usa da aziende o investitori di quei Paesi.
Che fine ha fatto la Section 899
Un mese dopo l’approvazione della Section 899, il segretario al Tesoro Usa aveva annunciato un accordo con il G7 relativo a una tassa minima globale per le multinazionali (riconosciuta come Pillar Two). In seguito a questo accordo, la Section 899 è stata tolta dal testo legale. In assenza di uno strumento legislativo, l’unica opzione rimaneva quella di una ritorsione commerciale, precisamente la minaccia tariffaria avanzata da Trump.
Il ruolo dell'Italia
L’Italia è inclusa tra i Paesi bersaglio del presidente Usa. Nel febbraio 2025 Trump aveva emesso un memorandum che mirava esplicitamente a sei Stati membri dell’UE, tra cui l’Italia, dove la Digital Services Tax è ormai una realtà con una base di soggetti tassabili decisamente estesa.
Nonostante una dichiarazione congiunta con gli Usa nel mese di aprile 2025, firmata durante la visita di Meloni a Washington, l’Italia ha continuato a espandere la portata dell’imposta. La Legge di Bilancio 2025 ha, infatti, eliminato la soglia di 5,5 milioni di euro di ricavi digitali locali per l’applicazione dell’imposta, rendendola più estesa.
La risposta europea
La Commissione Europea ha commentato la minaccia Usa sostenendo che le tasse imposte alle aziende tecnologiche non sono a senso unico né discriminatorie, in quanto si applicano a grandi aziende di tutti i paesi membri. Qualsiasi misura unilaterale attuata da un paese in risposta a politiche legittime da parte di un’altra nazione risulta ingiustificata.
Il contesto politico
La minaccia di Trump arriva pochi giorni prima della scadenza del 4 luglio per l’entrata in vigore dell’accordo commerciale UE-USA. Un aspetto fondamentale di quest’ultimo riguarda la riduzione dei dazi sulle esportazioni europee al 15%. Le regole sulle digital tax, però, sono state lasciate fuori. L’amministrazione USA utilizza quindi questo spazio come un braccio di ferro politico, minacciando di far collassare l’accordo per scoraggiare le strategie europee.
L’efficacia del metodo Usa
Il precedente canadese dimostra che tale strategia può funzionare. Ottawa ha abolito la sua tassa digitale sotto pressione Usa. La Francia, invece, resiste. Il suo 3% di tassa digitale ha generato introiti per circa 700 milioni di dollari l’anno e Macron ha rifiutato di cedere.
L’Italia si trova in una posizione intermedia e questo frammenta la posizione europea. Una tale fragilità rende il fronte comune insostenibile, e Trump non ha bisogno di vincere contro tutti, basta che alcuni Paesi cedano.
Il futuro dello scontro
La soluzione a questa crisi richiede un dialogo internazionale più efficace, magari con l’aiuto del G7 e dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), che sta lavorando a una riforma delle normative fiscali globali. La collaborazione tra Usa e UE potrebbe portare alla ridefinizione degli accordi per non minare l’applicazione delle policy locali.
Intanto, il presidente Usa ha il vantaggio del momento e della capacità di azione. Ma l’Europa non è inerme, e il sostegno all'interno del blocco rimane una chiave importante per una risposta unitaria.