Nell'anno 2003 la durata media dell’attenzione umana era di circa due minuti e mezzo. Invece, in seguito all’introduzione e diffusione di tecnologie digitali, come messaggistica istantanea e l’uso sempre crescente di smartphone, questa si è ridotta drasticamente, raggiungendo oggi una media di 47 secondi. Questo dato non è da sottovalutare. È stato un chiaro segnale per molti psicologi e tecnologi di quanto le innovazioni tecnologiche, pur apprezzate, possano modificare profondamente le nostre capacità cognitive.
La minaccia dei chatbot KI
La psicologa Gloria Mark, dell’Università della California a Irvine, ha dedicato la sua carriera alla ricerca sull’interazione tra esseri umani e tecnologia. Da circa trent'anni, Mark investiga il modo in cui le persone utilizzano e vengono influenzate da strumenti tecnologici. Negli ultimi anni, i chatbot dell’intelligenza artificiale sono emersi come una nuova variabile nel puzzle dell’attenzione. Secondo Mark, questi strumenti potrebbero rappresentare una potenziale minaccia.
I chatbot, in particolare quelli alimentati da IA avanzata, sono in grado di fornire risposte istantanee, quasi sempre personalizzate e in grado di simulare un rapporto umano. Questo tipo di interazione è coinvolgente e ha il potere di rubare tempo e concentrazione. Il problema risiede nel fatto che tali interazioni non richiedono un tempo di attesa né una logica di ricerca, ma piuttosto un coinvolgimento immediato, a volte in modo compulsivo.
L’esperimento e il decremento della capacità di concentrazione
Decenni di ricerca di Mark si basano su laboratori viventi, dove sono osservati i comportamenti delle persone mentre utilizzano dispositivi tecnologici, grazie a sensori e strumenti di tracciamento. In questi ambienti, ha misurato la capacità di attenzione media, la frequenza con cui si cambia attività e lo stato emotivo delle persone.
Mark ha notato un chiaro decremento delle capacità di attenzione a partire dal 2003. Oggi, invece di restare concentrati su un'attività per un certo periodo, le persone cambiano spesso focus in appena 47 secondi, una diminuzione significativa.
Quali sono i rischi?
Gli effetti di una concentrazione ristretta non si limitano alla sfera privata. Il ridotto livello di attenzione ha conseguenze in ambito lavorativo, nell’apprendimento e nell’interazione sociale.
- Nel lavoro può influire negativamente sull’efficacia e la profondità di concentrazione;
- Nell’apprendimento, può comportare una gestione meno strutturata delle informazioni;
- Nelle relazioni sociali, può ridurre la capacità di empatia e il contatto genuino.
La domanda che Mark si pone
Nel festival SXSW di Londra, Mark ha espresso preoccupazione per la perdita di controllo che stiamo vivendo rispetto ai nostri mezzi tecnologici. La sua domanda, “Habbiamo perso il controllo del nostro cervello?”, risuona come un campanello d’allarme. La psicologa ribadisce come l’abitudine all’istantaneità ci abbia abituato a richieste che richiedono pochi secondi di attenzione e ci stiamo adattando a un nuovo modello relazionale.
Per il cervello umano, abituato a processare informazioni in modo lineare, l’uso compulsivo di chatbot o algoritmi di interazione non lineare sta ridefinendo la norma. L’interazione con questi strumenti, spesso mirata a massimizzare l’attenzione, produce un cortocircuito cognitivo che riduce la capacità di concentrazione per altre attività più complesse.
Come reagire a questa situazione?
Mark non invita a un completo ritorno all’analogico né a un’astinenza tecnologica, ma piuttosto a una maggiore consapevolezza. Secondo lei:
- Occorre una pausa consapevole davanti al telefono o al dispositivo, una forma di slow tech;
- Bisogna insegnare ai bambini l’arte di distogliersi volontariamente dagli schermi, senza sentirsi privati di qualcosa;
- Si dovrebbe rivedere l’uso del tempo libero, privilegiando attività che richiedono una profonda attenzione;
- Gli sviluppatori tecnologici hanno la responsabilità di progettare strumenti che non manipolino il cervello umano.
In sintesi, la soluzione richiede una riconsiderazione non solo individuale ma sociale: dobbiamo tornare a pensare, a leggere, a parlare e, soprattutto, a ascoltare. Solo in questo modo si potrà ripristinare un equilibrio tra la tecnologia e l’individuo.