Il Chips Act 2.0, presentato il 3 giugno 2024 dalla Commissione europea, segna una svolta cruciale nella strategia dell’Unione europea per il settore dei semiconduttori. Non più soltanto incentrato sull’attrazione di impianti produttivi esteri, l’approccio mira ora a costruire una solida domanda interna di chip di alta tecnologia, rafforzando la posizione dell’UE in un mercato globale in crescita e sempre più polarizzato.

Dal Chips Act 1.0 al 2.0: un cambio di paradigma

Il precedente Chips Act mirava principalmente a finanziare e incentivare la costruzione di nuove fabbriche di semiconduttori nel territorio europeo, con lo scopo di ridurre la dipendenza da fornitori esteri, in particolare asiatici e statunitensi. Il nuovo modello, però, cerca di andare oltre, promuovendo non solo la produzione ma anche l’innovazione e la ricerca, con l’obiettivo di posizionare l’Europa all’avanguardia nelle tecnologie future come l’intelligenza artificiale e la computazione quantistica.

Destinazione: 120 miliardi euro entro il 2035

Secondo il piano delineato dal Chips Act 2.0, l’Europa intende raggiungere un tetto di investimenti di 120 miliardi di euro entro il 2035. Di questi fondi, circa 40 miliardi proveniranno direttamente from il budget Ue, mentre il resto sarà destinato a investimenti privati e a finanziamenti a valle da parte degli Stati membri. L’obiettivo a lungo termine è che l’Europa aumenti la sua quota globale di produzione di semiconduttori da circa il 9% del 2022 al 20% entro il 2030.

Poteri di emergenza e procedure accelerate

La novità più rilevante del Chips Act 2.0 è la dotazione di nuovi poteri di crisi della Commissione europea. In caso di interruzioni significative nell’approvvigionamento mondiale, la Commissione potrà intervenire direttamente per sostenere i settori strategici, accelerando l’approvazione di progetti industriali chiave. Sono previste, inoltre, autorizzazioni e procedure semplificate per progetti di interesse tecnologico cruciale, una volta che saranno identificati come prioritari.

In breve: che cosa prevede il Chips Act 2.0

Un piano ambizioso, con sfide concrete

Finanziare una simile transizione industriale richiederà collaborazione stretta tra enti pubblici, aziende private e comunità di ricerca. Il mercato europeo, pur interessante per la sua base scientifica e la sua posizione geostrategica, soffre di frammentazione e di ritardi nella digitalizzazione. Le aziende del settore hanno espresso preoccupazione riguardo alle capacità di integrazione tra i diversi Paesi membri, soprattutto in termini di infrastrutture digitali, di formazione del personale e di accesso equo alle risorse finanziarie.

Quali settori ne trarranno beneficio?

Un modello da ispirazione Usa o cinese?

Nel confronto con altri modelli, l’approccio europeo sembra prendere ispirazione da diverse esperienze. Da una parte, il piano degli Usa ha privilegiato investimenti mirati e protezionismo strategico, ma ha spesso trascurato la ricerca fondamentale. Dall’altra, il modello cinese ha costruito la domanda interna in modo aggressivo, ma ha concentrato troppi fondi in settori poco innovativi. Il Chips Act 2.0 punta a un equilibrio che combini innovazione pubblica privata e capacità produttive, supportando sia la catena del valore che le tecnologie emergenti.

In sintesi, il nuovo piano rappresenta non solo una risposta a una crisi esistente, ma una visione di lungo termine per il ruolo dell’Europa nel mercato delle tecnologie. Tuttavia, per riuscire a raggiungere i suoi obiettivi, sarà necessario superare sfide che vanno dall’alleanza pubblo-privata alla coerenza tra Stati membri. Solo con una governance integrata e una visione condivisa si potranno trasformare le intenzioni in realtà, a vantaggio non solo dell’economia, ma della sicurezza digitale dell’intero continente.