Nel mese di giugno Apple ha aumentato i prezzi di una quindicina di prodotti che vanno dagli iPhone ai Macbook, fino al Vision Pro, con incrementi che variano da 100 a 300 dollari. Subito dopo Microsoft ha annunciato il terzo aumento delle Xbox in poco più di un anno. La causa del rialzo è legata al costo crescente dei chip di memoria, sottratti al mercato della consumer electronics per essere utilizzati nei data center dedicati all’intelligenza artificiale.

Una crescita alimentata da pochi giganti

Basti pensare che TrendForce prevede un aumento del prezzo della DRAM, tipologia di memoria essenziale per smartphone, PC e console, vicino al 90-95% per il primo trimestre del 2026, e la carenza rischia di proseguire per almeno due anni.

L’aumento non riguarda solo Apple e Microsoft. Anche marchi come Xiaomi, Oppo e altri hanno annunciato rincari, specialmente nel settore dei dispositivi di fascia media. Alcuni analisti parlano persino di possibili aumenti nei futuri iPhone fino a massimo 200 euro.

Una catena produttiva fragile

Per capire questa situazione, è necessario comprendere la complessità e la fragilità della filiera produttiva dell’intelligenza artificiale. A prima vista, il mercato dell’AI sembra una competizione caotica tra numerose startup, applicazioni innovative o grandi aziende di tutto il mondo. In realtà, si tratta di una struttura molto concentrata: la maggior parte delle risorse passa attraverso pochi giganti, la cui influenza decide del futuro dell’intero settore.

Il movimento di alcuni produttori di memoria, come Micron, Samsung e SK Hynix, verso il mercato dell’AI sta mettendo sotto pressione il resto del settore. Queste aziende sono i principali fornitori di chip di memoria avanzati, come l’HBM, necessari per i processori dell’intelligenza artificiale, ma sono anche leader nel mercato tradizionale. L’HBM è prodotto in maniera esclusiva da tre sole aziende al mondo, e circa l’80% di questa produzione viene già destinato ai data center AI.

Nvidia, azienda californiana leader nel settore dei chip per l’intelligenza artificiale, detiene circa l’80% del mercato degli acceleratori e ha generato nel suo ultimo anno fiscale 193,7 miliardi di dollari di ricavi da data center. Al contrario, la produzione di chip per l’AI si concentra largamente su una singola azienda, la taiwanese TSMC, che controlla il 72,3% del mercato mondiale e quasi tutto lo stampo avanzato.

Per produrre i chip, TSMC utilizza litografie EUV, una tecnologia sofisticata realizzata solo da ASML, a sua volta dipendente da fornitori unici come Zeiss e Trumpf.

Un mercato dipendente da pochi nodi geografici

La geografía complica ulteriormente il quadro. Oltre il 90% della logica avanzata è prodotta a Taiwan, un punto caldo politicamente ma anche economicamente essenziale, dove i chip rappresentano circa il 78% delle esportazioni.

L’80% della memoria avanzata proviene dalla Corea del Sud, le litografie EUV e i componenti da Paesi Bassi e Germania, e il photoresist, indispensabile per stampare i circuiti, arriva da Tokyo con una quota superiore al 90%.

Questa concentrazione rende difficile diversificare. Nonostante TSMC stia investendo un centinaio di miliardi in nuovi impianti a Arizona, diversi esperti taiwanesi hanno sottolineato come spostare anche solo il 40% della produzione negli Stati Uniti entro un orizzonte ragionevole sia praticamente impossibile.

La finanziarizzazione del mercato

Un fenomeno inaspettato sta iniziando a emergere: i fornitori stanno finanziando i loro clienti. Un esempio vistoso è l’accordo tra Nvidia e OpenAI, nel 2026, in cui Nvidia ha investito 30 miliardi in una valutazione per OpenAI di 852 miliardi, a condizione che la startup utilizzasse 5 gigawatt di capacità tecnologica di Nvidia.

Lo schema si ripete in tutto il settore: AMD ha dato a OpenAI warrant per il 10% del proprio capitale, mentre Microsoft e Nvidia hanno supportato Anthropic con 15 miliardi di dollari investiti in cambio di un impegno di spendere 30 miliardi in cloud.

Anche Amazon ha seguito la logica: ha investito in Anthropic 13 miliardi di dollari con un potenziale di altri 20 da raggiungere a condizione di obiettivi commerciali, e Anthropic si è impegnata a spendere 100 miliardi su AWS in dieci anni.

Rischi del modello finanziariamente chiuso

Gli stessi giganti si ritrovano a essere sia finanziatori che fornitori. Ciò genera un mercato con una domanda artificiale, che in parte è creata dagli stessi player che ci si servono per soddisfarla. Alcuni si sono domandati se questo modello, simile a un incendio creato per apparire come il pompiere richiesto a spegnerlo, possa finire male.

La storia mostra casi simili: negli anni Novanta Cisco, Lucent e Nortel prestavano miliardi ai clienti per garantire una domanda artificiosa. Quando il mercato crollò, questi clienti non poterono continuare a spendere, causando un danno enorme per Cisco, che perse il 90% del suo valore.

Ora il rischio sì che le cose vadano male esiste, ma al momento una quota non trascurabile della domanda è reale. OpenAI e Anthropic hanno entrambi superato i 20-30 miliardi di dollari di ricavi. Nonostante questo, mentre il circolo finanziario non si rompe, i numeri dichiarati non sono garanzia di salute economica reale.

Che cosa ci insegnano questi rincari?

I rincari di smartphone, console e dispositivi di vario tipo ci insegnano che l’intelligenza artificiale sta trasformando radicalmente l’economia globale. Non siamo più in mercato separato o in concorrenza caotica, ma in un unico sistema con pochi nodi essenziali.

L’aumento dei prezzi è solo l’effetto esterno di una situazione complessa e fragile. Ogni spostamento di domanda in una fetta della supply chain genera effetti anche nel settore consumer, e il risultato è un aumento di prezzo non solo tangibile, ma strutturale.