L’Unione europea, il 13 aprile, ha conferito all’Italia il coordinamento dell’hub regionale mediterraneo per la sicurezza dei cavi sottomarini, in collaborazione con Grecia, Cipro e Malta. Il budget totale dei primi due hub è di 5,8 milioni di euro, di cui 3,3 milioni sono destinati all’Italia. Il compito principale è realizzare uno scambio informativo quasi in tempo reale, garantire il rilevamento delle anomalie e una risposta coordinata agli incidenti, riconoscendo così la posizione geografica di Roma come punto nodale del Mediterraneo.
Il caso Sparkle: l’operazione più significativa della politica digitale italiana
Nel medesimo periodo, l’acquisto dell’operatore di cavi sottomarini Sparkle è rimasto bloccato per mancanza di autorizzazioni statunitensi. Sparkle rappresenta una operazione da 700 milioni di euro: il 70 % del capitale è stato versato dal Ministero dell’Economia tramite il veicolo Boost BidCo, mentre il restante 30 % è stato affidato a Retelit, interamente controllata da Asterion Industrial Partners, fondo infrastrutturale spagnolo. La società gestisce più di 600 000 chilometri di fibra, con punti di presenza strategici da Miami a San Diego e la connessione al cavo transatlantico Monet.
Regime di licenza della FCC
Chi opera un cavo che tocca suolo statunitense deve possedere una licenza della Federal Communications Commission (FCC). Ogni variazione di controllo richiede una nuova valutazione da parte dell’autorità. Il 7 agosto 2025 la FCC, guidata da Brendan Carr, ha rivisto il regime di licenza introducendo una presunzione di diniego per soggetti controllati da “avversari stranieri”, rafforzando i requisiti di cybersicurezza e imponendo restrizioni sugli apparati. L’obiettivo dichiarato era contenere la presenza cinese nelle dorsali digitali, ma la stessa logica si applica anche a un alleato come l’Italia.
Un secondo ordine della FCC, pubblicato il 27 luglio 2025 (adozione del 25 giugno, entrata in vigore il 25 settembre), ha esteso la licenza agli apparati terminali di linea e ha introdotto obblighi di conformità continuativa:
- relazioni annuali su assetti proprietari e accessi dall’estero;
- aggiornamenti trimestrali sul personale straniero con accesso ai sistemi;
- notifica di violazioni entro settanta‑due ore;
- designazione di un responsabile della sicurezza di cittadinanza statunitense.
La richiesta italiana di autorizzazione cade proprio nella finestra in cui la disciplina si è irrigidita, con scadenza contrattuale al 15 ottobre per il consenso americano. Anche se la Commissione europea aveva già dato il via libera il 13 aprile, la condizione sospensiva americana rimane l’ultimo ostacolo.
Una dipendenza regolatoria poco mappata
Il caso Sparkle mette in luce una lacuna fondamentale: l’Italia dispone di potenti strumenti di “golden power” per controllare la proprietà di infrastrutture strategiche, ma non ha un inventario delle dipendenze autorizative verso autorità straniere. Non esiste, per quanto noto pubblicamente, un registro degli asset che richiedono permessi di paesi terzi per trasferimenti, riconfigurazioni o dismissioni, né una stima della concentrazione di tali dipendenze su una singola giurisdizione.
Questa mancanza di visibilità rende difficile valutare la reale sovranità digitale, che non può più essere misurata soltanto dalla percentuale di capitale pubblico detenuto.
Il contesto delle recenti riorganizzazioni telecom
Negli stessi mesi, l’OPAS di Poste Italiane su TIM è stata chiusa l’11 settembre, con lo Stato che ha riconquistato il 66,627 % del capitale, presentata come il ritorno dello Stato nelle telecomunicazioni. Tuttavia, la rete di accesso nazionale non è più di proprietà pubblica: NetCo, la società che gestisce la rete fissa italiana, è stata separata nel luglio 2024 e oggi vede il fondo americano KKR come socio di maggioranza relativa, mentre TIM non detiene più quote.
Il risultato è un doppio movimento opposto: la rete internazionale dei cavi sottomarini rientra sotto controllo pubblico (con la condizione americana), mentre la rete domestica è uscita dal perimetro statale.
Tre raccomandazioni per colmare il divario
Per affrontare la problematica emersa, si propongono tre azioni concrete, senza necessità di ulteriori risorse finanziarie:
- Mappare le dipendenze autorizative accanto a quelle proprietarie, includendo gli obblighi di conformità permanente. Le amministrazioni competenti possono utilizzare i dati già in loro possesso, fornendo al coordinamento dell’hub mediterraneo una base informativa solida.
- Trasferire il negoziato a livello europeo. Le condizioni di licenza dei cavi transatlantici sono una questione europea, non solo italiana. Portare la discussione in sede UE, come questione di regime, consentirebbe di cambiare il rapporto di forza e di evitare la negoziazione caso per caso.
- Rivedere gli indicatori di sovranità digitale. Finché la sovranità sarà valutata solo dalla quota di capitale pubblico, i risultati resteranno sovrastimati. Un indicatore più utile dovrebbe contare le esposizioni: quante autorizzazioni esterne sono necessarie per operare un’infrastruttura, quanto sono concentrate, quali obblighi permanenti comportano e quale sarebbe il costo di sostituirle.
Conclusioni: dal ruolo alla capacità
Il coordinamento della sicurezza dei cavi del Mediterraneo è stato affidato all’Italia, ma la capacità di esercitare pienamente quel ruolo è limitata dalla necessità di ottenere permessi esterni per gestire le proprie risorse. La distanza tra il ruolo conferito e la reale capacità operativa è evidente